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Una giornata di lavoro, la routine di tutti i giorni, un nuovo taglio di capelli (ogni tanto per caso trovarsi a vedere la propria immagine riflessa sul finestrino di una macchina o sul vetro di un portone e ricordarsi di avere cambiato pettinatura).
Alla fine della giornata, in quei minuti tra quando si è finito di sistemare tutto a quando si va a dormire, trovarsi a pensare: tutto scorre normale, come sempre, ed in realtà tutto sta cambiando, tutto sta per diventare diverso.
Essere in un limbo.
Ed aspettare. Come quando si aspetta che l’acqua bolla: essere consapevoli che un minuto dopo bollirà, ma non vedere che piccole bollicine sul fondo della pentola.
Il mio limbo è una stanza vuota, dal soffitto alto, con diverse porte a vetro.
Da un lato le porte che ho chiuso, dall’altro quelle che devo aprire.
Dalle porte che ho chiuso, vedo le persone che hanno fatto parte della mia vita, che l’hanno comandata ed ordinata, che l’hanno condizionata e nella quale sono stata ferita. Vedo queste persone sbattere i pugni sul vetro, agitarsi e dimenarsi per farmi aprire queste porte, afferrarmi e portarmi indietro. Ma le porte sono ormai chiuse. Io le guardo e so che loro mi odiano e si disperano. Ma da questa stanza non si torna più indietro.
E poi ci sono quelle che devo aprire. Sono lì, tutte pronte per essere aperte e tutte apparentemente uguali. Il vetro è opaco, non riesco a vedere attraverso. Io sto lì a guardarle, per scoprire qualche minimo particolare, qualche lieve segno, che mi faccia capire quale voglio aprire.
Ed attendo l’inizio di una nuova alba.
This photo is taken by Rajarshi on OpenPhoto, Creative Commons licence CC
Ieri ho avuto un confronto con una persona a me molto cara.
Le ho raccontato una vicenda che mi è accaduta. E le raccontavo come io volevo reagire a questa situazione e cercavo un modo per farlo (sono giorni che ci penso). Tutte le tattiche e le strategie per farlo…
Questa persona mi ha ascoltato attentamente e poi mi ha detto che alle volte nella vita occorre sapersi fermare.
E la consapevolezza di fronte alla vita sta proprio nel sapere quando fermarsi. Quando capire che non sempre possiamo dire: “Ce la faccio.” “Posso gestire questa situazione”.
Allora mi sono chiesta: la vera forza sta nell’essere sempre “attori” nella propria vita, nel senso di “reagire” sempre di fronte alle situazioni, oppure nel sapere quando non è il caso di “reagire”? Quando occorre “lasciare perdere”?
Riflettendoci sopra mi è sembrato un segno di grande saggezza sapere quando fermarsi. Ma la saggezza si accompagna sempre alla forza d’animo?
Spesso la saggezza è più vicina quando ci chiniamo che quando c’innalziamo in volo.
William Wordsworth
Cena romantica…?
A preparare le valigie per una vacanza da sogno….?
A passeggio per la nostra riviera mano nella mano….?
No.
In trasferta per un sopralluogo in un ospedale…
Però in aereo….posso pur sempre dire che a S.Valentino ho preso il volo!
This photo is taken by pinar on OpenPhoto, Creative Commons licence CC
Quando ero piccola avevo come immagine dell’amore quella dei miei genitori. Una coppia, in una casa, con una figlia, con dei genitori (più o meno sopportabili), con dei fratelli e delle sorelle, anche loro coppie con dei figli. Durante la settimana al lavoro, nel fine settimana a casa, a dedicarsi ai propri hobbies ed a me.
Felicità? Non saprei. Solo ho sempre creduto che ci fosse un solo modo di vivere. Questo.
Sì, certo, sapevo di altre coppie separate o divorziate, o rimaste senza il compagno. Ma questo non era la normalità. Solo una sventura, che poteva capitare solo agli altri.
Nei miei genitori c’era paura solo per le cose che potevano accadere all’esterno della loro coppia: la malattia, la perdita del lavoro, il costo della vita, il contratto della casa. Altre paure non esistevano.
Nessuno di loro ha mai pensato che l’altro potesse limitarlo nelle scelte, fargli rinunciare a dei sogni, fargli perdere le sue libertà. Le richieste dell’uno venivano accolte dall’altro ed insieme si pensava a cosa era meglio fare. Le paure erano comuni. I desideri erano comuni. Ognuno partecipava ai desideri dell’altro.
Ora che dovrei avere anche io tutto questo, mi rendo conto che per me questo è un sogno. Non è l’unico ed il solo modo di vivere possibile. E’ quello che tutti vorrebbero, ma che nessuno pensa di fare, perchè sempre si ha paura dell’altro. Ci si difende da pericoli immaginari.
Si dice spesso “ti amo”, “tu sei la persona giusta”, “voglio avere dei figli con te”.
Ma poi si ha paura: “prima voglio vivere da solo per un pò”, “magari per qualche anno potresti venire da me per il fine settimana, mentre durante la settimana ci dedichiamo al lavoro”, “perchè non proviamo a convivere per un pò? Così se vogliamo sposarci ne siamo sicuri”.
Bene. Io non ho paura.
Amare non è un concorso a premi, per cui quando vinci ti sposi.
Non puoi “provare” ad amare, per essere sicuro…di cosa? Amare è una serie “continua” di prove. Per tutta la vita lo metti in discussione, in ogni istante e per ogni cosa.
Amare non è avere le proprie libertà. Amare è sentirsi liberi di dare se stessi all’altro senza paura.
Ho dato me stessa in un rapporto tempo fà. Ero pronta a essere una sola cosa con la persona che amavo. Ero sicura e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo ricambiata.
Invece c’è stata paura. Ero un pericolo, una minaccia per le sue libertà.
Solo perchè ho chiesto di poter decidere con lui l’abitazione dove avremmo vissuto. Una scusa, ovvio.
Ma vale sempre questo:
Sarebbe bello essere nuvole
avere un mondo da inseguire
fermarsi solo un attimo
e se c’è noia scomparire
Vero?

This photo is taken by Scott Roberts on OpenPhoto, Creative Commons licence CC
Invidiamo gli altri più per quello che hanno che per quello che sono.
Gervaso






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