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Girovago su internet e torno su un blog che conosco…e mi fermo a leggere con più attenzione alcune cose scritte. Non ci ho fatto caso fino ad ora, perchè mi sono parsi luoghi comuni.
Ma ora mi trovo a riflettere.
Il nostro mondo, anzi il mondo della nostra epoca va di fretta. Molto di fretta.
Tutti noi abbiamo molta fretta. Il mondo attorno a noi va veloce e noi dobbiamo stargli dietro, inevitabilmente. C’è chi cerca di prendersela con calma, ma solo pochi eletti ci riescono sul serio e, comunque, vanno sempre veloce.
Come si fa a non correre?
In queste condizioni è impossibile, a parere mio. Anche se pensiamo di non correre, in realtà corriamo…corriamo per raggiungere il sogno di non correre.
La velocità, i ritmi sostenuti, sono dentro di noi. Sono parte della nostra vita, del nostro essere.
Impossibile camminare. Impossibile apprezzare il vero valore delle cose nella lentezza della nostra vita.
Ma alla fine siamo sicuri che andare piano, camminare anzichè correre, significhi capire meglio, capire di più, prendere le decisioni giuste, non fare cose insensate, essere sempre ragionevoli?
Certo, uno pensa: vado piano, ho più tempo, penso meglio, faccio le cose meglio…
Logico.
Ma è proprio così “riduttivo”?
E siamo sicuri che:
“più tempo” = “scelta migliore”
?
Non è possibile che, pur dicendo di camminare e di non correre, si usi il tempo che “si mette da parte” per commettere ancora più sbagli? Nonostante si dica di voler camminare e non correre (come tutti) per raggiungere la capacità di non fare cose insensate nella propria vita, può essere che la situazione si rivolga contro e il risultato sia:
“più tempo” = “più possibilità di farsi delle gran seghe mentali”
?
Allora penso alla mia vita.
Vado veloce è vero. Alle volte sono andata così veloce che mi sono trovata da sola senza quasi accorgermene.
Ma io non voglio camminare.
Voglio che la mia vita sia una danza.
Che sia sostenuta, che abbia ritmo, ma che sia armoniosa.
Voglio vedere la mia vita roteare, piroettare, saltare, muovendomi a grandi balzi, leggeri, puliti, meravigliosamente belli.
Fino al traguardo.
Luci e ombre , Photo taken by Fémininité
Sono giorni tranquilli (dal punto di vista della vita privata, perchè lavorativamente è tutto il contrario), la mia anima è finalmente quieta, da non ricordo più quanto tempo, e mi trovo a pensare a ciò che è vero, a ciò che è reale, a ciò che invece non lo è e a ciò che pensiamo lo sia ma non lo è.
Ripenso ad una vecchia lettura scolastica, “La repubblica” di Platone, che tanto all’epoca mi era piaciuta e la rileggo con occhi nuovi, più maturi, che tante ombre hanno visto e un pò di luce, di tanto in tanto, hanno scorto.
Ombre o oggetti reali?
Come identificare le une dalle altre?
E se esistesse paradossalmente solo l’ombra?
La mia felicità è ombra o realtà?
Comunque sia…quanto è bello comunque crociolarsi in essa, anche se ombra…
Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
«Li vedo», disse.
«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono».
«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».
«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?»
«E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?»
«E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?»
«Sicuro!».
«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?»
«E’ inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?»
«Certo, per Zeus!».
«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
«è del tutto inevitabile», disse.
«Considera dunque», ripresi, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall’ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d’un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l’abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos’è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»
«E di molto!», esclamò.
«E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?»
«E’così », rispose.
«E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?»
«No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose.
«Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare».
«Certo! »
«Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell’acqua o in una superficie non propria, ma così com’è nella sua realtà e nella sua sede».
«Per forza», disse.
«In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo visibile, e he in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano».
«è chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».
«E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia, non si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?»
«Certamente».
«E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali per ultimi e quali assieme, e in base a ciò indovinasse con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente “lavorare a salario per un altro, pur senza risorse” e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?»
«Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel modo».
«E considera anche questo», aggiunsi: «se quell’uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo posto, i suoi occhi non sarebbero pieni di oscurità, arrivando all’improvviso dal sole?»
«Certamente», rispose. «E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l’abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?»
«Certamente» rispose.
“Il mito della caverna” – Platone, estratto da “La Repubblica”
Colours Composition, Photo taken by Fémininité
E’ la prima volta. Me ne rendo conto. E sarà la prima di tante volte. Ma come ogni prima volta, la sensazione è strana. Ed in questo caso, molto piacevole.
Ho fatto la prima cena nella nuova casa con le mie amiche. La casa è piccola. Mi mancavano ancora due sedie. Le posate erano giuste giuste per noi quattro. Non ho ancora una tovaglia. Non ho avuto il tempo di fare la spesa e preparare qualcosa io. Insomma, era una situazione un pò arrangiata.
Ma è stato tutto perfetto. Abbiamo ordinato la cena in un ristorante cinese, ci siamo riempite delle schifezze più immonde, esagerando con una salsina di dubbia provenienza (con il sospetto finale che fosse anche un pò alcoolica, visto l’effetto ottenuto su di noi, senza che abbiamo toccato una goccia di alcool…), abbiamo fatto una tovaglia con i tovaglioli di carta, abbiamo usato mobili come sedie. Il risultato: perfetto.
Non sono mai stata così bene.
E, quando ancora ogni tanto penso se ho fatto la scelta giusta, quando ho paura di non farcela a mantenermi da sola, di trovarmi in difficoltà, allora penso a questo. A quante piacevolissime sere, pomeriggi, giornate passerò con le persone alle quali voglio bene….
Luce, Photo taken by Fémininité
Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà lui
senza serietà, come fosse niente
sai la gente è matta forse è troppo insoddisfatta
segue il mondo ciecamente
quando la moda cambia, lei pure cambia
continuamente e scioccamente.
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo!
non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più.
Sai, la gente è sola, come può lei si consola
per non far sì che la mia mente
si perda in congetture, in paure
inutilmente e poi per niente.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
Un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo !
Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più.
(Mia Martini)
Regarder la vie, Photo taken by Fémininité
Tu
Che hai aperto le mie porte
Ed entri in me
Con la forza di chi cavalca un’onda
Con la delicatezza di chi sfiora una bolla di sapone
Tu
Che illumini le mie giornate col tuo sorriso
Che mi culli la notte tra le tue braccia
Che sorvegli i miei sonni inquieti
Tu
Che mi prendi per mano
Che mi fai sentire a casa
Ovunque siamo
Tu
Lascia che io mi lasci andare
E sulla scia di un alito di vento
Diventi tutt’uno con me stessa.
Emanuela Sortino, “Pensieri nell’ombra”, Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0






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