Sono in partenza miei cari lettori, forse scriverò qualcosa anche dalle vacanze, ma nel caso in cui non riuscissi vi lascio i contenuti dei miei vecchi post e vi prego  non lesinate i vostri commenti, se anche non vi rispondessi subito sappiate che vi leggo e appena possibile vi risponderò,🙂 sempre e con piacere. ..🌞

Io intanto  vado a godermi un po questo inizio di estate ☺

C’è una storia dietro ogni persona.

C’è una ragione per cui loro sono quel che sono.

Loro non sono così perché lo vogliono.

Qualcosa nel passato li ha resi tali,

e alcune volte è impossibile cambiarli.

S. Freud

chitarra

discriminazione

Torno a riempire le righe di questo blog dopo qualche giorno di assenza, che mi ha visto lontana dalla tastiera.

Mi aggancio al post precedente “la disabilità nel nuovo millennio: gli invisibili” ribadendo che “l’integrazione” di cui si và parlando relativamente ai disabili esiste sulla carta ed anche lì è molto parziale. E’ stato fatto qualcosa per integrare i disabili a scuola ed al lavoro a livello di legge, ma l’integrazione di fatto non c’è.

Questo perché manca il primo livello di integrazione: quello sociale.

Le origini dell’atteggiamento sociale del rifiuto del “diverso” sono peraltro antichissime.

Le testimonianze scritte ci portano all’antica Grecia:

Cito questo testo, come esempio, dalle “ Vite parallele, Vita di Licurgo” (Plutarco):
Il genitore non era padrone di allevare il figlio, ma doveva prenderlo e portarlo in un luogo chiamato “lesche”. Là erano in seduta i più anziani della tribù che esaminavano il piccolo: se era ben conformato e robusto ordinavano di allevarlo e gli assegnavano uno dei novemila lotti di terra. Se invece era malato e deforme lo inviavano ai cosiddetti “depositi”, una voragine nelle pendici del Taigeto.”

La società allora si depurava dei bambini con difetti fisici, considerati un peso per la società stessa. Ai nostri occhi di uomini del nuovo millennio questa è una pratica barbara ed incivile.

Ma non siamo poi cambiati molto.

Oggi non uccidiamo più i bambini malati. Oggi ci prendiamo cura del malato, fingiamo di dargli un’educazione, garantendo l’istruzione obbligatoria, tra mille ostacoli e difficoltà. Da adulti fingiamo di occuparcene mettendoli in “centri” o laddove possibile facendoli lavorare.

Ciò su cui mi interrogo in questo post è da dove nasce il principio tale per cui:

“diverso=meno”

Nel momento in cui insorge una patologia o un evento traumatico che comporta una deviazione seppur minima dallo standard, l’individuo perde automaticamente il diritto di essere trattato come tutti quelli della sua specie.

Con il termine “meno” intendo proprio colui che ha meno diritti, meno capacità, meno possibilità e di cui avere meno considerazione.

La comparsa di questo “meno” nella vita dell’individuo crea una lacerazione all’interno del tessuto sociale che si risolve in una lacerazione all’interno della famiglia di appartenenza, nel cerchio delle amicizie e nell’ambiente di lavoro.

Quest’ultimo di solito è il primo che rinnega l’individuo divenuto diverso.

A seguire gli amici.

La famiglia, senza retorica, resta, in questi casi, l’ultimo baluardo di un affetto disinteressato, anche se la lacerazione tra il soggetto colpito ed i famigliari mette in discussione tutti gli equilibri che si sono instaurati all’interno di un nucleo familiare nel tempo, spesso con grande dolore e sofferenza.

 

Io ho perso quasi automaticamente il lavoro (non mi rinnovarono il contratto solo due mesi dopo) e mai più mi riaprirono le porte, pur avendone l’occasione. Successivamente ho cambiato lavoro e datore di lavoro per poter ricominciare a lavorare.

Poi ho perso gran parte degli amici di allora. La cerchia degli amici si spaccò in tre: una parte, quella la cui amicizia si era instaurata da poco, non la rividi più, senza neppure salutare: era la parte legata al fidanzato del tempo, che se ne andò anch’egli senza salutare.

Un’altra, di più lunga data, resistette presa a compassione e per un periodo prese a trattarmi come la malata del gruppo, colei di cui avere pietà e a cui “dare assistenza”. La lacerazione si formò nel momento in cui io dimostrai di non avere bisogno né di pietà né di assistenza; io rimanevo sempre un individuo con la propria autonomia mentale, i propri sogni e desideri e avrei condotto lo stesso la mia vita così come la volevo. Ciò che mi occorreva era solo accettare che così come ero potevo condurre una vita del tutto pari alla loro.

Un’ultima parte, infine, molto ristretta, non perse mai di vista il fatto che la persona con cui aveva a che fare era sempre la stessa ed accettò, senza che io lo chiedessi, il “cambiamento fisico”, la diversità, senza mutare il suo atteggiamento verso di me.

La mia famiglia tra mille contrasti, impiegò molti anni prima di accettare che continuassi la mia vita. Espressione ricorrente riferita a me era: “Tanto ormai…”. Credo che per affrontare l’emergenza fosse divenuta loro convinzione di non aspettarsi più nulla da me e dalla mia vita. Per loro ero “morta”. Ormai convinti di ciò, finirono addirittura per ostacolarmi, soprattutto nella vita privata ed affettiva, quasi come se non potessi trovare legami ed una mia vita fuori da loro.Passato, però, il periodo di forte contrasto in cui i famigliari non volevano credere che la mia vita continuasse e ristabilito un nuovo equilibrio, le loro reazioni tornarono normali, accettando la mia diversità e divenendo molto collaborativi. Di nessun altro mi posso fidare come di loro.

Dato tutto ciò, il paradosso è questo: con questo vissuto alle spalle e portandomi addosso questa “diversità” sono considerata “meno” dalla società tutta con le specifiche sfumature che ho citato prima ma in realtà sono “più”:

  1. nel lavoro: sono diventata più capace e responsabile, so misurare meglio gli sforzi dirigendoli con più accuratezza verso gli obiettivi;
  2. nell’amicizia: sono più empatica e più sensibile, più acuta nel comprendere persone e situazioni;
  3. in famiglia: sono più capace di distinguere i ruoli famigliari, collocandomi con più consapevolezza nel mio ruolo. Comprendo ed apprezzo a seconda dei casi molto di più comportamenti e dinamiche famigliari.

 

Sono in generale una persona più intelligente e sensibile.

Mentre vengo ogni giorno depauperata di diritti e di considerazione come individuo, sono diventata una persona più “ricca”.

 

E chiudo, con questa considerazione che ha ritardato di più di un mese la pubblicazione di un nuovo post.🙂

 

DisabiliH

Dedico questo post ad un’analisi della disabilità nella nostra epoca, per come io la sto vivendo e per quello che vedo attorno a me.

Nel nuovo millennio,l’epoca di internet e della globalizzazione, dove tutto, servizi, informazione e cultura, dovrebbe essere fruibile, condivisibile e comunicabile, e soprattutto dove i confini non dovrebbero più esistere, ma tutto dovrebbe essere facilmente raggiungibile da tutti, come si colloca un disabile?

Nonostante gli indubbi progressi della medicina sul fronte della conoscenza generale della “macchina-uomo”, questo millennio vede l’avanzata delle forme tumorali, delle forme di sclerosi e delle malattie neurodegenerative.

Anche se in Italia di disabili se ne vedono pochi in giro, di persone con disabilità ce ne sono moltissime:

siamo l’esercito degli invisibili.

In Italia, i disabili non si vedono:

I disabili si vedono raramente per strada perché per un disabile con difficoltà motorie uscire è davvero molto molto difficile, umiliante e frustrante.

Un disabile non può prendere un mezzo pubblico (autobus, treno o tram): i mezzi pubblici non sono adattati per le esigenze di un disabile (rampe o montascale) e hanno spazi angusti che impediscono i movimenti all’interno. Rimangono i taxi, anch’essi quasi sempre non adeguati e molto cari (mai viste convenzioni per i disabili).

Anche chi ha la fortuna di poter guidare di raro può muoversi in libertà. I marciapiedi non hanno rampe a sufficienza o a norma (spesso sono troppo pendenti), la pavimentazione è dissestata, i locali pubblici sono inacessibili per via della presenza di scale senza montascale e bagni non adeguati e lo stesso vale per negozi, cinema e teatri.

Quasi impossibile, inoltre, è trovare un posto auto. Anche il posto auto dovrebbe avere caratteristiche precise per poter essere usato da un disabile. Serve spazio intorno e dietro. I posti auto riservati sono spesso pochi e quei pochi sono o occupati da auto senza il contrassegno o le auto/moto a fianco sono posteggiate senza rispettare gli spazi intorno, rendendo impossibile l’entrata/uscita dall’auto.

I disabili spesso rinunciano a lavorare. Molte aziende non assumono i disabili. Nonostante la legge imponga loro una quota di dipendenti assunti aventi disabilità, le aziende preferiscono pagare le penali piuttosto che assumere un disabile. Assumere un disabile significa dover adattare i bagni, i piani di sicurezza, entrate ed uscite ed, inoltre, perché assumere una persona che potenzialmente ha diritto di non lavorare 3 giorni al mese? I disabili che lavorano, d’altra parte, si trovano davanti a talmente tanti problemi, difficoltà e spesso soprusi che rinunciano a lavorare, per vivere di sussistenza, i famosi assegni di invalidità  del cui valore vi rimando al sito dell’INPS, perché varia di caso in caso, o gli assegni di disoccupazione.

Allora, come si collocano i disabili nel nuovo millennio?

NELL’INDIFFERENZA.

Siamo ignorati, è come se non esistessimo, per lo Stato, per la Legge e per tutti gli altri concittadini.

L’atteggiamento generale è questo:

“hai avuto dei problemi e ti trovi ad avere necessità diverse da chi è normodotato?

Ci dispiace tanto, ma sono fatti tuoi, cerca di trovare un modo per farti curare, per spostarti, per poter uscire, per poter guadagnare uno stipendio.

Io non sono nella tua situazione e pensare a te mi costa uno sforzo (mentale più che fisico o di soldi) per cui arrangiati.”

 

 

 

via

Buongiorno cari lettori, blogger e non, passanti occasionali ed amici,

sono arrivata all’inevitabile punto di svolta per questo blog.

Stavo prendendo tempo, lo confesso, ma ora mi rendo conto che è giusto che io decida che strada prendere.

Mi spiego meglio, ho bisogno di dare un’impronta a questo blog, la cui direzione non ho mai voluto definire. Già il nome del blog questo lo preannunciava “un blog senza nome“.

Il blog nacque nel lontano 2006 (10 anni fa!), lo amministravamo in due, io e colui che credevo sarebbe stato l’uomo della mia vita, ma che così non fu. Volevamo scrivere a quattro mani (molto romantico) in un angolino quello che pensavamo della vita e delle persone, in modo assolutamente anonimo e gli argomenti trattati sarebbero stati i più vari senza un filo conduttore né uno scopo.

L’idea di chiamarlo “senza nome” fu mia: era perfetto, proprio perché non aveva un obiettivo e i nostri “caratteri” non dovevano trapelare.

Già nel 2007 (ahimè) il blog rimase solo a me ed io lo trasformai, pur non mutandone il nome. Il blog prese un “carattere” ed io comparii, in foto e soprattutto comparve la mia personalità.

Non solo, feci anche amicizia con altri blogger e lettori, che presero a leggermi con puntualità ed io loro.

Nel 2008, però, fui colpita da un ictus emorragico, finii in ospedale e mi salvai per poco. Chi all’epoca mi leggeva e con cui ero in contatto seguì tutta la vicenda.

Addirittura, e qui mi riferisco a Diemme, mi aiutò a scrivere dall’ospedale sul blog, diventando le mie mani ed i miei occhi. Altri oltre a Diemme, e parlo di Arthur, mi telefonavano per sapere come stessi…

L’ictus mi aveva lasciata con tutto il lato sinistro paralizzato (emiplegia sinistra), cieca dal lato sinistro (emianopsia sinistra) e con una forma di epilessia secondaria.

Una bella fetta di salute, di autonomia, di vita e di serenità era svanita.

Dopo seguì un calvario di cure e terapie (che continua tutt’ora), sballottata tra medici, terapisti, ospedali ed ambulatori, che fece sì che perdessi il lavoro e che dovessi rinunciare all’appartamento in cui vivevo (non potevo più pagare l’affitto e non sapevo quanto sarei potuta essere autonoma per vivere da sola).

Quel periodo iniziale fu terribile: non capivo se ne sarei mai uscita e come. Ero passata dall’essere giovane, indipendente ed in formissima, col mondo e la vita davanti, ad essere giovane, disabile, a carico finanziariamente e logisticamente dei miei genitori e con un enorme punto interrogativo davanti a me anziché un roseo futuro.

Continuai a scrivere sul blog, ma non era più un gioco come prima.

Niente lo era più.

A tale proposito, mi scuso con chi all’epoca continuava a leggermi (che spero prima o poi torni a leggermi almeno per vedere queste mie scuse). L’errore che feci, pur in buona fede, era di credere che potevo riuscire a fingere che nulla fosse cambiato e continuare a scrivere e gestire il blog come prima.

Non avevo più né la concentrazione né la forza per gestire come prima il mio blog.

Mi rendo conto che non seguivo più i blog altrui (mi dimenticavo di farlo) e non sopportavo i commenti. Ogni cosa veniva scritta riguardo a ciò che pubblicavo spesso mi feriva. E le mie risposte erano secche e sgarbate (probabilmente anche arrabbiate). All’epoca non sono riuscita a fare altro che tirarmi indietro. Ho smesso di scrivere su “senza nome”, ho provato a vedere se aprendo dei nuovi blog, nell’anonimato, le cose potevano cambiare, ma non è fuggendo che si cambiano le cose perché se il problema viene da noi, ci seguirà ovunque andiamo. Per anni ho lasciato nel silenzio “senza nome”, ora credo di potere di nuovo scrivere qui ed altrove (mi sono messa alla prova in questi ultimi mesi).

Dopo questo prologo, obbligatorio per poter continuare il post, arrivo al nocciolo di ciò che voglio dirvi con questo articolo dall’affascinante titolo “Destino“.

Visto che credo sia arrivato il momento che “senza nome” segua il mio “destino”, parlerò di me, della mia disabilità, della disabilità in generale, dell’impatto sociale che la “divers-abilità” attualmente ha, delle mie esperienze, come forma di condivisione, dialogo e confronto, se per caso qualcuno diversamente-abile o suoi parenti e amici riuscisse a raggiungermi tramite motore di ricerca e se qualcuno, invece, normo-dotato volesse capire di più, smettere di avere paura, imparare qualcosa dalle esperienze altrui, arricchirsi mentalmente ed emotivamente.

Perché la diversità è un valore e occasione per arricchirsi, non è qualcosa di cui diffidare o avere paura.

Non smetterò d’altro canto di parlare di ciò di cui ho parlato fin’ ora, con la stessa passione e verve. Perché quella blogger sono io, sono sempre stata io, perché la mia “diversità”, se di diversità si può parlare, è un bastone, una mano immobile, una gamba dai movimenti poco coordinati e la percezione del mondo come se non avesse consistenza ed io fluttuassi nell’aria anziché essere appoggiata per terra come realmente sono.

Buon mercoledì amici.🙂

io

 

 

 

Dopo le riflessioni fatte nel post precedente “buongiorno mondo” scrivo questo post come dedica:

A CHI NONOSTANTE TUTTO STA ASPETTANDO

a chi aspetta, una telefonata, un “ti amo”, un “mi manchi”,
Uno “scusa”,
Una bolletta che non sa se potrà  pagare,
A chi nonostante tutto non ha perso la speranza ed attende, tra paure e dubbi,
Ma non scappa via davanti a ciò  che lo spaventa o lo addolora…
A tutti voi il mio pensiero di oggi e di ogni giorno per dirvi che anche se qualche  volta vi ci sentite non siete soli!
E se volete ditemi chi e cosa state aspettando…
Io sto aspettando insieme a voi più  di una cosa in realtà…:)
Per esempio aspetto che mia cognata smetta di essere gelosa di me e capisca che tra noi non esiste competizione, ma ognuno di noi ha la propria vita e, se bella o brutta sta solo a noi deciderlo…

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Pubblicherò un post forse un po noioso,  ma oggi sono in vena di romanticherie da romanzo dell’ottocento ma mi permetto di pubblicarlo lo stesso confidando che mi perdonerete…;)

Buongiorno  mondo!

Ricomincia un’altra giornata e il mondo si risveglia piano piano dal torpore della notte ed io ancora in pigiama mi consento il lusso di fermarmi ad osservare dalla finestra ed ascoltare i suoni di questa  prima mattina dopo le feste di pasqua . ..vedo passare pigramente un gatto, sveglio per primo dopo una notte di attenta veglia, le prime auto di chi va al lavoro, ogni tanto dagli aghi del pino davanti alla finestra cade una goccia d’acqua, ricordo della pioggia caduta ieri che l’umidità della notte non ha asciugato, il cielo è spaccato in due, in un lembo azzurro che preannuncia una gradevole giornata di primavera e dall’altra  parte in cumuli di nubi violacei. Dietro è  il sole la cui luce filtra timida e insicura…come chi sa che deve svegliarsi ma cerca di aspettare fino all’ultimo secondo prima di alzarsi.
Sento il cinguettio di un uccellino che con molta probabilità ha messo su casa  vicino alla mia perché il suo canto è  diventato ormai parte delle mie giornate.
Sento il ticchettio dell’orologio in cucina che mi dice che tra  poco il mio tempo come osservatrice e ascoltatrice finirà…

Vi ho annoiato abbastanza?🙂

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Buona pasqua cari amici e cari lettori… che questa pasqua sia per voi meravigliosamente serena e felice, ve lo auguro con il cuore e vi dedico questa vista dei “piani di invrea” al tramonto🙂

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Plinio narra che l’invenzione del disegno è  da attribuire a una ragazza  che,accortasi che la luce di una fiaccola stagliava nettamente sul muro l’ombra  del suo amato in procinto di partire,ne avrebbe marcato i contorni con un pezzo di carbone per serbarne l’immagine.
Ho sempre disegnato  sin da bambina per gioco e per piacere, perché  delle linee che  messe insieme possano provocare delle emozioni per me è un miracolo…qui sopra uno dei miei disegni…la ballerina di hip Hop. 

casa-invisibile

Feci un errore nella scelta della casa, che comprai con mio marito, in un periodo in cui tutto mi sembrava possibile, anche vivere sotto al livello della strada,con una salita ripida da fare per arrivare alla strada ed avendo vicine solo suocera e cognata, e non miei parenti o conoscenti, lontano da chi con tutte le contraddizioni del mondo mi avrebbe sempre cercato di concedere aiuto…finì male perché inevitabilmente certi rapporti si incrinarono e rimasi sola con le mie ansie ed i miei limiti…insormontabili, in questa specie di buca che avrebbe dovuto essere una casa. Insistetti per venderla e cambiare casa, questa volta andare a vivere vicino a chi mi fido e in un posto piano e facile e più bello. Il periodo peggiore della storia per vendere un immobile, in pratica mi trovai a dover svendere l’appartamento in cui speravo di aver investito i miei soldi non averli gettati via. Lessi sul viso di mio marito la consapevolezza che non sarei riuscita ad andare via e quasi la sua “vittoria” nel portarmi a vivere dove piaceva a lui. Cercai di non mollare, di non arrendermi, ma ero stanca e mi veniva voglia di urlare: “avete vinto, distruggetemi, rinchiudetemi e godete del vostro successo perché se queste sono le vostre soddisfazioni avete già perso”…. un’ insolitamente disperata me

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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Sincronicità

Le coincidenze non esistono

Le pieghe della vita

Perché quando cadi nelle pieghe della vita, o meglio sarebbe dire crepe, all’improvviso è come se ti vedessi vivere, come se ti vedessi da fuori. Quando accade, bisogna mettere in conto che può non piacerti quello che vedi.

NUNZY CONTI

"L'essenziale è invisibile agli occhi" Antoine de saint Exupery

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pensieri rari e furtivi

Diemme - Ogni cosa è illuminata

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

Spaziocorrente

Il valore di un sorriso. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, nessuno è così povero da non poterlo dare. (P. Faber)

Vietato calpestare i sogni ©ELisa

Se i tuoi sogni dovessero volare più in alto di te,lasciati trasportare.Almeno nella fantasia, non poniamoci mai dei limiti.

arthur...

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