Quando un’amica diventa nemica? Non volevo scrivere questo post tanto che i fatti che racconto risalgono al 2017… avevo un’amica, di quelle che ti porti dietro dall’università, con cui passi gli anni più belli, l’età dei sogni e delle speranze…tante risate, tanti “amica mia” e abbracci e sorrisi. Ci fu un giorno in cui il mio sorriso si trasformò in un segno su un viso disperato ed amareggiato. l’amica continuava a voler ridere con me ed avere quella spensieratezza un tempo condivisa, ma io non ridevo più, lottavo disperatamente per non abbandonare la speranza di una vita normale, quella che avevo voluto da sempre, una vita almeno dignitosa. Di fronte ai miei sforzi l’amica continuava a ridere ma questa volta non con me ma di me.Cercavo contro il volere della mia famiglia che si opponeva di Ricominciare a pensare all’amore e ad una vita affettiva.l’amica ne rideva ed ammiccava di fronte ad altre, come dire”povera ingenua non capisce che non è più possibile” finché esprime questa sua compassione per il mio ridicolo obiettivo dicendo “è il caso che smetti di cercare” Mi ha ferito? Forse, di sicuro mi ha dato una forza violenta di dimostrare al mondo e a me stessa che io non sarei cambiata, non perché gli altri si aspettavano questo. E così le risate persero senso e fuggii da quelle cene da quelle serate tra amiche, avevo altro a cui pensare.Avvenne che mi fidanzai e misi su casa e andai a convivere. L’amica proprio ora che avrebbe dovuto ridere con me non rideva più. Avvenne che mi sposai e lei partecipò al matrimonio, non c’erano sorrisi sul suo volto né più “amica mia ti voglio bene”. Avvenne che anche lei si sposò e fu un bellissimo matrimonio e dovevamo essere felici l’una per l’altra per essere arrivate insieme ad un evento tanto Lieto. Ma solo una era felice ed emozionata, l’altra era indifferente. Avvenne che il padre dell’amica si ammalasse di un brutto male. Avvenne che in quello stesso periodo io tentai il suicidio perché la disperazione arrivò a sopraffarmi. Ma le distanze erano prese, non mi venne mai in mente diparlargliene. Mi dimenticai di suo padre e non mi venne altrettanto in mente di chiederle notizie. Avvenne che per un caso fortunato seppi che potevo avere un figlio e ricominciai a lottare verso il pregiudizio che vede la donna disabile che non può avere figli. Avvenne che invece nacque una bambina ed io ingenuamente e stupidamente pensai di annunciarlo all’amica condividendo delle foto della piccola. Avvenne che in quel periodo il male del padre dell’amica peggiorasse ed io presa dall’esigente neonata non pensai che ciò stava accadendo. Egoismo?sì forse. Estremo tentativo di salvare la mia vita facendo qualcosa di prodigioso? Sicuramente sì. Avvenne che l’amica perse la pazienza e pensò che mi stessi vantando della mia situazione mentre lei non aveva ancora figli ma un padre che stava per morire. Non sapevo che il padre stesse per morire ero talmente concentrata sul mio obiettivo che neppure mi venne in mente.Ne però mai mi era stato detto. L’amicizia era terminata tempo addietro insieme alle risate ed al bollino di povera disabile senza speranza con cui ero stata etichettata. L’amica era nemica. Tornassi indietro non le scriverei, non le manderei le foto di mia figlia, prima le chiederei come sta perché così giocherei ad armi pari, la etichetterei come la poveretta col padre malato che non si può fare una famiglia. Se tornassi indietro.Ma io vado avanti e senza etichette ne mie né degli altri. Essere etichettati come egoisti aiuta a distinguere gli amici dai nemici. Altra lezione di navigazione per diventare capitani di sé stessi. Buona notte amici.

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Condivido questo post di Diemme per partire con la mia riflessione che facevo ieri con mio marito. Compiuti i 40 anni(ebbene sì quest’anno sono passata agli “anta”) mi ha sopraffatto subito un grande entusiasmo per avere raggiunto questa sorta di meta con tanta tanta consapevolezza della vita in più ed estremamente più ricca di prima nell’animo e nel Cuore. Dopo qualche mese questo entusiasmo ha lasciato il posto ad una grande nostalgia…penso ai banchi di scuola, il giardino dell’asilo e poi l’università,i primi amori universitari, l’inizio del lavoro, gli amori più maturi ma tanto turbinosi e questo blog che ha cominciato a vivere proprio in quel momento. Poi la mia purtroppo breve esperienza di vita da sola,la prima casa… Ripasso tutti questi posti e persone come se vedessi scorrere una pellicola in bianco e nero di un film muto. Così mi cade una lacrima… nella mia prima azienda ormai non c’è quasi più nessuno di quelli che lavoravano con me, hanno cambiato lavoro, residenza, sono andati a lavorare altrove, qualcuno è morto o in pensione… Quasi tutti i miei professori di liceo sono mancati di recente, quelli dell’università tranne qualche eccezione sono cambiati, la facoltà di ingegneria ora si chiama scuola politecnica, le amicizie dell’università si sono polverizzate tranne una meravigliosa eccezione, ma all’epoca mi sembravano eterne ed ora ho l’amaro in bocca. La scuola di yoga dove andavo non c’è più e idem la palestra. Hanno chiuso il cinema teatro parrocchiale di zona dove ho visto film leggendari ed ho fatto spettacoli con la scuola. E poi penso a questo blog ed ai blogger che io seguivo e che seguivano me, qualcuno non c’è più, qualche d’un altro ha chiuso il blog.Ora che leggo questo post di Diemme questo sentimento di nostalgia cresce ancora di più. Rifletto sui perché di tutto ciò ed avverto la mia difficoltà di staccarmi dal passato. Il mio passato di giovane ragazza e donna senza disabilità con un milione di sogni ed incredibili aspettative e vedo questo passato sempre più lontano…ed il futuro? Ora è fatto di “boh” ed il presente della mia disabilità e di tutto ciò che vi gira intorno e parlando sinceramente mia figlia e mio marito non bastano ad attaccarmi al presente. Mi assento spesso in questi pensieri e la nostalgia mi prende per mano per portarmi altrove. Ma saranno i 40? Spero che qualcuno legga questo post e commenti appassionatamente come succedeva in passato… I blog poi sono fuori moda, ormai ci sono i social…😒

Il Natale al tempo del COVID : tanto amore, incontrare gli affetti più stretti, la gioia dei bambini di fronte all’albero e ai regali, questo almeno nel mio caso è il Natale ma per esempio con alcuni parenti non è stato possibile condividere le feste perché venuti a contatto con dei positivi e quindi per sicurezza sono rimasti a casa, altri mancavano perché deceduti per COVID ed il vuoto era pesante. Tutta la gioia e la spensieratezza dei Natali passati non c’è più, il Natale è stato avvelenato, un pranzo tra parenti stretti diventa fonte di pensieri e preoccupazioni: “e se mia cugina fosse positiva? ci ho mangiato affianco… ” Il COVID mi ha avvelenato il natale, ci avvelena ogni giorno con la sua crudele e spregiudicata contagiosita’ e la sua caparbia tenacia verso i vaccini. Ci avvelena buttandoci nella disperazione per la perdita delle persone a noi care, nel non riuscire più a lavorare, nel dubbio della validità o meno di cure e vaccini, portandoci ad una guerra civile tra pro e no vax. Ci insegna dall’altra parte a non perdere attimo per assaporare quello che di buono la vita sa offrirci. La speranza così non muore e la gioia la portiamo dentro vicino a noi.

Faccio sinceramente fatica ad immaginarlo ancora di più ad accettarlo, vengo a sapere per caso che non ci sei più professoressa, forse la mia preferita, con il tuo modo poco convenzionale di insegnare, non volevi date e sterili biografie, volevi che la filosofia fosse la nostra, che la amassimo perché ci faceva pensare, noi menti da adolescenti, sicuramente impegnati in altri pensieri eravamo il fulcro delle tue preoccupazioni ed attenzioni, ci amavi, ci volevi liberi pensatori e quanto meno io lo sono diventata. Tu con i tuoi capelli indomabili ed il tuo viso corrucciato quando pensavi. Mi ricordo i nostri viaggi insieme quando ti incontravo sul treno mentre io andavo all’università e tu tornavi a casa quando avevi finito le tue lezioni e le nostre chiacchierate che da non più allieva ci unirono ancor di più facendomi conoscere quel lato umano che da adolescente mi sfuggiva. E poi quella lunga telefonata quando venisti a conoscenza di quello che mi era successo incontrando mia madre sempre su quel treno che tante volte hai preso venendo da Recco a Pegli ogni giorno per insegnare. Eri incredula e avevi la voce tremante mentre mi dicevi che solo persone grandi fanno cose grandi. Non so se avevi ragione ma detto da te questo valeva ancora di più per me. Arrivederci professoressa e grazie di aver condiviso con me un pezzo di vita ed il tuo immenso sapere❤️

È da un bel po’ che non ne parlo ma purtroppo il tema del rapporto disfunzionale con i miei genitori non si è mai spento, l’unico modo per me di uscirne è starne lontana. Ora che mi ritrovo per necessità ad abitarci vicino dopo tanto tempo e con una bambina di 4 anni e mezzo noto sempre più che si stanno instaurando di nuovo certi meccanismi tossici che in passato erano routine ed ora che pensavo di essermeli lasciati alle spalle li vedo comparire di nuovo. Di nuovo atteggiamenti ipercritici nei miei confronti, addirittura di fronte a mia figlia, la negazione della mia situazione di disabilità, i ricatti per controllare le minime cose, da quello che mia figlia deve indossare al suo taglio di capelli fino a come e cosa mangio o come faccio la lavatrice. Dopo tanti anni di psicoterapia in cui mi sono “rivoltata come un calzino” per comprendere nel profondo ed accettare il passato sono consapevole che il problema dei miei genitori è loro non mio, sono loro le frustrazioni date da una ricerca spasmodica della perfezione, che non esiste, e di una realizzazione di vita che non hanno potuto raggiungere per colpa loro o della situazione delle loro famiglie. Tutte queste loro frustrazioni vengono riversate su di me facendo diventare me inadatta, sbagliata, irriconoscente verso di loro. E sempre loro è la solitudine di cui soffrono che li rende emotivamente bisognosi di conferme del mio amore incondizionato verso di loro o di quello della nipote che vedono tanto simile a me nell’aspetto e bambina da plasmare che li cerca ed ha bisogno di loro. Insomma sto ricominciando di nuovo un percorso educativo per i miei genitori che perseverano sempre negli stessi errori, per stabilire regole e confini che non possono essere superati e non è facile, mi costa sempre molta fatica anche se ora sono sicuramente più consapevole e forte.

Mia suocera è mancata per covid qualche settimana fa, lo ha preso nonostante tutte le precauzioni che tutti usiamo, mascherina, distanziamento, disinfettante. Ma la bestiaccia è penetrata lo stesso nelle sue vie aeree, sfruttando probabilmente un attimo di umana disattenzione. In due settimane se l’è portata via, lentamente e lasciando sempre spiragli di speranza, lasciandola lucida e vigile fino a quando i medici hanno cominciato a sedarla per accompagnarla alla morte. Crudele ed infido fino all’ultimo, il virus che sta piegando il genere umano. Ed anche io che la precarietà della vita l’ho sperimentata in prima persona, ho di nuovo sentito cedermi le gambe e mi si è chiuso il cuore. Per un attimo, che mi è sembrato un’eternità, credo di non aver respirato. È morta per una fatale distrazione o il caso che l’ha fatta venire a contatto con il virus, è morta per qualcosa che può succedere a tutti in qualsiasi momento.

Questo è morire ai tempi del corona virus, un virus che si beffa della nostra razionalità ed intelligenza e ci dimostra come è facile interrompere una vita.

È finito un anno e ne comincia un altro, il ciclo si ripete, di nuovo nuove aspettative, nuove emozioni. All’inizio di ogni nuovo anno io sono emozionata, esplodo in un turbinio di pensieri, sogni, desideri.

Quest’anno io ricomincio da me, con l’obiettivo di non cercare o aspettarmi ciò che desidero fuori da me. Quest’anno voglio essere il cambiamento che vorrei vedere nel mondo, a partire dal rispetto verso il nostro pianeta e le sue creature, verso i doni che ci regala, grata per ogni cosa che mi dà, riempendomi della sua perfezione e del suo mistero, grata verso il cielo sopra di me e verso il mare, verso gli alberi e l’infinito amore che li ha creati. Parto da me, non aspetterò l’occasione giusta e non mi aspetterò un’occasione giusta. Sarò io l’occasione giusta. Quest’anno riparto da me, mi arrendo, mi arrendo al fatto che vivo e vivrò per sempre in una condizione diversa rispetto al resto del mondo, mi arrendo al mio corpo, al mio modo di vivere e lo accetto, grata anche verso di lui. Mi arrendo di fronte alle brutte esperienze del mio passato, del mio presente e del mio futuro. Mi arrendo verso le persone negative che ho trovato e trovo sul mio percorso e verso le scelte sbagliate, perché la vita è fatta di opposti che nel loro caos e nella loro entropia tendono comunque all’equilibrio. A questo equilibrio io crederò e a lui metterò in mano la mia esistenza. Non aspetterò oltre, l’occasione di essere cambiamento e di essere cambiamento migliore è qui e ora. La vita è una e va vissuta.

(Una preghiera e una promessa).

Riesco a scrivere dopo tanto tempo. Ho tempo e ritrovato un po’ più di motivazione a scrivere. Vi ho “traditi” per un diario su cui scrivo paginate di pensieri e di emozioni. Avevo bisogno di tagliare col passato. Mi sono accorta che mi appigliavo con tutte le mie forze a abitudini, attività e persone del mio passato, ricordi che mi tenevano ancorata a un passato che non esiste più e nemmeno mi appartiene. E’anche molto distante dalla mia vita attuale e dalla consapevolezza che con gli anni ho raggiunto. Ho cancellato numeri di telefono e contatti di persone che in passato avevo vicino ma il tempo e le vicende mi hanno dimostrato essere piccole e distanti anni luce da me. E ora respiro, ho tagliato i miei “lacci” e “catene” e sono leggera. 😊

Tranquillizzo chi dei miei lettori sa che sono di Genova scrivendo che siamo tutti vivi,sconvolti per quanto accaduto… non so quante volte siamo passati di lì,io ci passo per andare e tornare dal lavoro e ieri sera siamo passati al ritorno dalle vacanze…questo mi dimostra una volta di più che nella vita non ci sono certezze e che tutto può accadere in qualsiasi momento…e che queste sono le cose che contano ed il resto sono piccole cose da nulla…

Guardo mio marito e mia figlia vivi ed io ancora una volta viva e penso che davvero forse per me c’è un angelo speciale…

photo by Marco Costarelli

vado alla mostra su Picasso a Genova,la mia città, e girando tra visi e corpi scomposti fino a sembrare mostruosi incappo in una riflessione, una mia personalissima ed umilissima interpretazione del lavoro del pittore che faccio mia.

D’altronde l’arte è quello che vediamo con gli occhi di oggi, influenzati dagli occhi di ieri e con le aspettative di quelli di domani…

Picasso cercava di cogliere il soggetto da rappresentare scomponendo l’immagine in forme geometriche,appiattendo e scomponendo anche la prospettiva stessa.

Analizzare le persone per coglierne la natura e riversarla così scomposta sulla tela.

Mentre i bambini rimangono quasi sempre composti,perché la loro natura è già a galla e non è necessario scovarla ed analizzarla, gli adulti diventano “mostri”, comprese le sue amanti e le sue mogli 😉

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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