You are currently browsing the monthly archive for dicembre 2007.

Vi faccio i miei auguri di Buon Natale e di un felicissimo anno nuovo con un racconto…

Buona lettura!

 

Nella terra di Gnosia viveva un bambino, un bambino come tutti gli altri, ancora piccolo di statura (come tutti i bambini), con una mamma e un papà (questo purtroppo non ce l’hanno tutti i bambini), con una bella casa (anche questo sarebbe bello che ce l’avessero tutti i bambini) e con tanta voglia di crescere e di conoscere il mondo (questo penso proprio che sia la fortuna più grande di tutti i bambini). I suoi genitori gli volevano bene e non gli facevano mancare mai niente. Il loro bambino era il loro pensiero più bello e più importante. Aveva bei vestiti, era sempre pulito, profumato, ben pettinato. Ogni pomeriggio usciva con i suoi genitori per andare al parco, a vedere le anatre con la scia dei loro anatroccoli alle spalle, o in pasticceria, a rimpinzarsi di paste golose; lo facevano volare altissimo sull’altalena se lui lo voleva o lo spingevano giù da scivoli bellissimi e colorati e tante altre cose divertenti. Alberto aveva proprio tutto quello che un bambino può desiderare.
In particolare tutti sapevano quanto belli e numerosi fossero i suoi giochi. I suoi genitori avevano fatto costruire accanto alla loro casa uno spazio solo per lui con tutti i suoi giochi. Trenini a vapore che viaggiavano su rotaie in miniatura sbuffando e smaniando come treni veri, aeroplanini di cartone che sorvolavano la sala giochi planando sulle piste di aeroporti immaginari, orsacchiotti e animali di pezza di ogni razza con il pelo così morbido e vellutato da sembrare quasi vivi, tutto un esercito di soldatini in perfetta divisa con tanto di cannoni e fucili e sciabole, castelli abitati da delicate principesse, coraggiosi cavalieri e terribili draghi sputafuoco, macchinine a pedali e a motore e ogni altro gioco possibile e immaginabile. Ogni anno che
passava la stanza si riempiva sempre più di giochi, tanto che ben presto i suoi genitori si trovarono costretti a costruire piani e altri piani per farceli stare tutti. Alla fine la stanza dei giochi di Alberto era diventata una specie di torre, che per poco non superava in altezza la sua casa.
La voce che esisteva una stanza dei giochi così grande da estendersi fino al cielo come una torre si era sparsa dal quartiere dove viveva Alberto prima a tutta la città, poi a tutta la regione e alla fine a tutta la terra di Gnosia.
Alberto dal canto suo era gelosissimo del suo tesoro. Molti bambini gli avevano chiesto, a volte supplicato, di poter entrare almeno una volta dentro quella meraviglia, ma Alberto era irremovibile. Tutti i suoi coetanei cercavano di immaginare quali fantastiche cose poteva fare Alberto lì dentro. Il gioco più comune era diventato “il gioco del gioco”. Un bambino veniva scelto per fare la parte di Alberto, mentre gli altri facevano i suoi giochi e così continuavano per ore e ore.
Nessuno, tranne i suoi genitori, sapeva che in realtà Alberto non giocava mai con i suoi giochi. Entrava nella torre ma quando si trovava lì dentro non aveva voglia di giocare a niente. Tutta quella roba lo annoiava. Si divertiva soltanto a vedere che gli altri bambini lo invidiavano per la sua fortuna. Ben presto, però, anche questo pensiero incominciò a stufarlo e così prese ad andare lì dentro e a stare seduto fissando il vuoto.
Un giorno Alberto si trovava proprio nella sua stanza dei giochi. Fuori era molto freddo e soffiava un vento gelido. Una grande stufa riscaldava a dovere l’ambiente. Come al solito Alberto stava sulla grande sedia dalla forma di un rinoceronte seduto, fissando i tizzoni scoppiettare dentro la stufa accesa. <<Questi giochi sono brutti e noiosi.>> pensava <<Li odio, non li voglio, mi fanno proprio schifo>> E mentre così pensava diede un vigoroso calcio a un
povero pupazzo a forma di clown che per sua sfortuna si trovava vicino ai suoi piedi. Il clown volò per un breve tratto sopra agli altri giochi abbandonati per poi cadere miseramente ai piedi della stufa.
<<E perché non te ne disfi allora?>> fece una stridula vocina. Alberto fece un salto. Chi aveva parlato? Si girò a guardare attorno a sé. Non c’era nessuno, solo i soliti inutili giochi. Il vento sibilava fuori dalla finestra chiusa.
<<Il vento deve avermi fatto un brutto scherzo. Sono solo qui dentro.>>
Appena pensò ciò la vocina controbatté <<Non sei solo qua dentro!>>
Ora basta, qualcuno si stava prendendo gioco di lui. Balzò in piedi e urlò <<Chi c’è qui? Nessuno deve entrare qui dentro!>>
<<Questo lo dici tu! Qui dentro mi ci hanno portato perché tu potessi stare bene al caldo, ma se sapevo quanto sei antipatico non ci sarei venuto. Lavorare per scaldare te…che spreco inutile di forze!>>
<<Ma chi parla?>>
<<Guarda in basso, all’angolo della stufa, e mi vedrai.>>
Alberto si chinò a guardare. Era un pezzo di legna da ardere che dal mucchio lo fissava tutta impettita (se si può dire che il legno fissa qualcuno, ma con un piccolo sforzo possiamo immaginarcelo, lo dico soprattutto a noi grandi).
<<Sei stata tu a parlare prima?>>
<<Certo, chi vuoi che fosse? Qui nessuno parla più con te. Il tuo odio ingiustificato verso di loro li ha resi così tristi che hanno perso la capacità di parlare.>>
<<Non dire sciocchezze. I giochi non parlano.>>
<<Sì, invece, solo che tu non hai mai voluto ascoltarli perché non ti interessavano. Ma si fa presto, sai. Tu non vuoi i tuoi giochi ma allo stesso
tempo sei così egoista da non volerli dare a chi saprebbe come giocarci e divertirsi. Bene, io ti posso aiutare.>>
<<E come?>>
<<Facciamo un bel falò con tutta questa robaccia. Prendimi in mano, avvicinami alla stufa e poi buttami in mezzo a loro. Esci in fretta e rientra a casa. In men che non si dica ti sarai liberato di tutto questo, te lo assicuro.>>
Il pezzo di legna aveva ragione, pensò Alberto. Era l’occasione giusta per non vedere più quel mucchio inutile e noioso di cianfrusaglie.
<<D’accordo. Farò come dici tu.>> Prese in mano il pezzo di legno e appena lo avvicinò alla stufa questo prese a bruciare con vigore. La fiamma cominciò a crescere nelle sue mani e dopo un attimo di esitazione Alberto lo buttò in mezzo ai giochi. Il clown cominciò a bruciare per primo (quello non era proprio il suo giorno fortunato), poi il fuoco passò al carillon vicino che non ebbe fine migliore. Da lì piano piano il fuoco cominciò a divorare tutto quello che incontrava. Alberto da fuori si godeva lo spettacolo. Finalmente non avrebbe più visto quelle brutte facce, quei colori stupidi, quei motori rumorosi. In breve tutta la torre divenne un’enorme torcia accesa.
<<Ora è tutto finito. Quando il fuoco vedrà che ha terminato il suo compito si spegnerà da solo.>> pensava Alberto, ingenuo. Ma il fuoco non aveva nessuna voglia di spegnersi. Il fuoco è così, non è cattivo, anzi se usato con intelligenza è il compagno più fedele e utile dell’uomo, ma quando capita in mani incapaci o inesperte può essere molto pericoloso. E Alberto si accorse troppo tardi di quello che aveva combinato. Il fuoco, sempre più grande e indomabile, stava andando verso casa sua.
<<Mamma! Papà!>> cominciò ad urlare Alberto. Ma il rumore e la luce lo frastornavano.
<<Hai visto cosa è successo?>> fece la vocina nella sua testa <<Non potevi vedere oltre al tuo naso e il tuo egoismo ora ha messo in pericolo anche chi ti vuole bene.>>
<<E’ vero, è vero, ora lo vedo. Ma ti prego ferma il fuoco, non farlo entrare in casa!>>
La stufa continuava a scoppiettare quando Alberto si svegliò di soprassalto. Balzò in piedi come una molla e per poco non si trovo con la faccia sul pavimento. Si guardò intorno. I suoi giochi erano sempre lì, abbandonati. Era stato tutto un sogno? Andò a vedere dalla finestra. La sua casa era lì, intatta, e i suoi genitori erano dentro ad aspettarlo.
Si racconta che da quel giorno la vita di Alberto cambiò completamente. La torre dei giochi divenne il luogo di incontro e di felicità di tutti i bambini della terra di Gnosia, anche ora che Alberto è diventato grande e ha avuto dei figli, che sono diventati grandi e hanno avuto dei figli anche loro.

 

Emanuela Sortino

Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0

Annunci

Cefàla è uno dei paesi più belli al mondo. Non ha né palazzi né monumenti né enormi statue, la sua bellezza consiste nelle persone che vi abitano. Gli abitanti di questo paese, infatti, non esercitano i soliti mestieri che ci si aspetta di incontrare tra la gente, l’artigiano, il bottegaio, lo spazzino, ma sono tutti sapienti, filosofi, maghi, inventori, poeti. Sorge sulle pendici di un altissimo colle estremamente appuntito, tanto che dal basso si riesce a malapena a vederne la cima. E’ per quasi tutte le cinque stagioni isolato dal resto del regno (dovete sapere che a Cefàla l’anno è diviso in cinque parti: Inverno, Primavera, Estate, Autunno e Onaria; in questa stagione, ignorata dal resto dei popoli del regno di Gee, i Cefalensi si dedicano solamente alla contemplazione degli astri, che in quella occasione scendono molto vicini al colle e portano notizie provenienti dalle altre terre abitate) e l’unico contatto con l’esterno è ottenuto grazie all’invio di anatre selvatiche ben addestrate a raccogliere le informazioni più importanti e a riferirle con la massima precisione.
Proprio sulla punta di questa montagna viveva Mastro Diego, il più gran inventore mai esistito. Non era molto vecchio, ma anni e anni di attività avevano incurvato la sua schiena e imbiancato i suoi capelli tanto da far credere a chi non lo conosceva che avesse visto più di mille Onarie nella sua vita. Il suo aspetto fisico, inoltre, era stato aggravato da una malattia che lo aveva colpito da ragazzo e che aveva reso le sue ossa così fragili da costringerlo ad andare in giro imbottito di gomma piuma per evitare di frantumarsi ogni volta che toccava qualcosa. Le sue ossa di porcellana, però, non furono mai di ostacolo per la sua attività; la gomma piuma che lo vestiva lo proteggeva abbastanza bene ed inoltre aveva coperto tutte le pareti e gli oggetti di casa di uno strato molto spesso di cotone. Potete immaginarvi come poteva apparire la sua casa a chi di tanto in tanto passava davanti e sbirciava all’interno per poter vedere il famoso Mastro Diego, il quale logicamente non usciva mai né riceveva visite, neppure dagli amici più stretti, per paura di spezzarsi qualche braccio o qualche gamba.
Non potendosi muovere, generalmente era la sua anatra selvatica personale, che egli, dopo tanti anni di fedele e ineccepibile servizio, aveva affettuosamente battezzata
con il nome di Ermes, ad andare da lui a riferirgli le notizie più importanti dalle terre vicine.
Un giorno Mastro Diego stava lavorando ad un complicato progetto di cannocchiale in grado di far vedere tutte le cose più odiose e repellenti amabili e lodevoli, quando andò a fargli visita Ermes. Proveniva dalla terra di Agàpi, una terra a sud del nono equatore, dove dicono che crescono fiori color amaranto di spropositate dimensioni e le persone sono talmente immerse nella luce da possedere la carnagione bianca come il latte. Ermes era terribilmente stanco ed aspettò un poco prima di cominciare a parlare. Quando riprese fiato cominciò e disse: “Mio affezionatissimo padrone, sono corso qui sulle ali del vento per portarti la notizia che una giovane del paese di Agàpi piange disperata la perdita del suo amore e ogni giorno è sempre più triste, malattia che come tu ben sai è mortale ed estremamente contagiosa per la gente di questo popolo. Il re del paese di Agapi chiede a te, sapiente costruttore e maestro di ingegno, di fabbricare per questa giovane un altro sposo che ella possa amare e dal quale possa essere amata. Porto qui con me lo specchio nel quale ho raccolto l’immagine della fanciulla, in modo che tu possa creare un giovane adatto alla sua bellezza e alla sua età.” Così detto, l’uccello estrasse dalla sacca un frammento di specchio, sul quale era riflessa l’immagine di una ragazza con profondi occhi di cristallo e corone di fiori amaranto sulla nuca. “Farò quello che posso per aiutare il paese di Agapi”, rispose Mastro Diego.
Da quel giorno Mastro Diego abbandonò tutti i suoi progetti, trascurò gli studi sulla realizzazione del cannocchiale e degli occhiali che pensano, perfino si dimenticò di mangiare e di dormire, per dedicarsi totalmente alla creazione di uno sposo per la giovane dello specchio. Guardava giorno e notte l’immagine che Ermes gli aveva lasciato e non pensava ad altro che non fosse la sua impresa. Come sarebbe piaciuto alla fanciulla il volto del suo amato? Quali parole avrebbe voluto sentire da lui? In quale modo avrebbe gradito essere abbracciata? Mastro Diego era sempre più ossessionato da quel viso e da tormentosi pensieri. Lei desiderava un compagno bello, forte, coraggioso; lui era goffo, debole ed insignificante. Lei portava con sé orizzonti di gioia e il calore del piacere; lui non poteva sfiorare la piuma di un uccello senza cadere in frantumi. La sua aberrazione divenne tale che non riuscì più neppure a trovare il tempo per modellare il compagno destinato alla giovane. Il pensiero di come lo avrebbe dovuto realizzare lo assorbiva completamente. All’undicesimo Sole, Ermes tornò a prendere il lavoro. Trovò Mastro Diego che fissava l’immagine dello specchio. Non dormiva e non mangiava da molti Soli, ed ormai era diventato così piccolo che lo specchio lo superava un bel po’ in altezza. Ermes ci mise un po’ per individuare il suo padrone. “Mio affezionatissimo padrone, sono corso qui sulle ali del vento per portare la tua meravigliosa opera alla gente del paese di Agàpi e riprendere lo specchio.”
Mastro Diego, dopo tanto tempo, per la prima volta si distolse dal lavoro e si rese conto di non averlo neppure iniziato. “Mio caro Ermes, mi dispiace, ma credo di non poterti dare nulla, perché il lavoro non l’ho fatto.”
“Cosa succede mio affezionatissimo padrone? Sono più di cento Onarie che ti offro il mio umilissimo servizio e mai mi avete lasciato andare a becco vuoto. Forse il mio affezionatissimo padrone non ha trovato il materiale giusto? Forse il mio affezionatissimo padrone ha bisogno di uno specchio più grande? O l’immagine non è abbastanza chiara? Forse ho contato male i miei Soli, e sono giunto alcuni Soli prima?”
“Non sei in errore, mio caro Ermes. Né manca il materiale e neppure lo specchio è piccolo, né l’immagine non è chiara. Il motivo per cui non ho fatto il lavoro è che non sono capace di creare qualcuno che possa dare amore, perché non conosco cosa è l’amore.”
“Mio affezionatissimo padrone, aspetto i tuoi ordini.”
“Mio caro Ermes, vai dalla gente di Agàpi e dall’infelice fanciulla e dì loro che non posso esaudire il loro desiderio. Restituisci anche questo specchio. Forse, facendolo girare attraverso tutto il regno di Gee la fanciulla troverà il suo amato ed egli troverà lei. Solo lasciami ancora per un po’ lo specchio, perché io contempli per l’ultima volta la sua immagine.”
“Mio affezionatissimo padrone, sarà fatto.”
Così terminò la vita di Mastro Diego. Si racconta, infatti, che dopo aver detto quelle parole, Mastro Diego si volse verso l’immagine, che continuava a fissarlo imperturbabile e bellissima, e, per vedere tutti i particolari di quel volto che lo aveva reso per la prima volta incapace di creare, volle andare più vicino ancora. Ma Mastro Diego si spinse troppo oltre e urtando la superficie dello specchio cadde in un attimo in frantumi.
Oggi ciò che è rimasto di lui si trova nella Grande Casa insieme a tutti gli altri Cefalensi scomparsi. Io ci sono stato e posso giurare di avere visto ai piedi del piccolo vaso che contiene le schegge del suo povero e fragile corpo un fiore color amaranto, proprio come quelli che crescono nel paese di Agàpi.

Emanuela Sortino

Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0

Il giorno del mio compleanno una persona che mi ha fatto del male, ma diceva di amarmi, non mi ha fatto neppure gli auguri…ed io ho trovato questa cosa disgustosa e molto crudele…

Arrivato il suo compleanno ho pensato di vendicarmi e di riservare a lui lo stesso trattamento…

Ma la vendetta non è evidentemente nelle mie corde…per me ha un orribile sapore…

per cui mi scuso del ritardo e gli faccio gli auguri…

Il paradiso dipende da noi.

Chiunque voglia vive nell’eden,

nonostante Adamo e la cacciata

Emily Dickinson

Quanto mi sento debole e stanca in questi giorni non l’ho mai provato…

mani-che-disegnano.jpg

Il febbrone degli ultimi giorni, fatto passare a forza con un bombardamento di farmaci che rasenta l’inverosimile, le prove fino a tardi per il concerto, la voce allo stremo delle forze (e il fisico pure), il freddo degli ultimi giorni, il natale che si avvicina e i ricordi che incombono (le festività sono micidiali da questo punto di vista)….tutto questo mi fa sentire più a terra della terra….spero solo che finisca presto questo periodaccio….

Mi scuso per l’assenza di questi due giorni ma, come volevasi dimostrare, mi sono presa la febbre…ora lotto e prego per la voce….

Il vostro Amico
è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con Amore
e che mietete ringraziando.
Egli è la vostra mensa e la vostra dimora
perché, affamati, vi rifugiate in lui
e lo cercate per la vostra pace.

Se l’Amico vi confida il suo pensiero,
non nascondetegli il vostro.
Quando lui tace
il vostro Cuore non smette di ascoltarlo,
perché nell’Amicizia
ogni pensiero, desiderio,speranza
nasce nel silenzio e si partecipa con gioia.
Se vi separate dall’ Amico,
non addoloratevi, perché la sua assenza
vi illumina su ciò che più in lui amate.

E non vi sia nell’ Amicizia altro intento
che s-cavarsi nello Spirito a vicenda.
Con-dividetevi le gioie
sorridendo nella dolcezza amica,
perché nella rugiada delle piccole cose
il Cuore s-copre il suo mattino,
e si conforta…
Gibran Kahlil Gibran

Perchè prima di un concerto ho sempre tosse, mal di gola & company?

La legge di Murphy mi perseguita…. 😦

Sponsorizzo il concerto che farò per Natale con il Coro della Scuola Germanica di Genova (Voci di due Paesi).

Ecco la locandina. Siete tutti invitati!

concerto-locandina_doc.jpeg

PS: noto un errore nella locandina: il concerto sarà il 15 dicembre (non 15 novembre)

“…Gli ideali sono simili alle stelle:
non li raggiungiamo mai;
ma come i marinai durante la navigazione,
è solo in base ad essi che tracciamo il nostro percorso…” ( Carl Schurz )

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

Commenti recenti

emaki81 su Arrivederci Arthur
Affy su Arrivederci Arthur
cavaliereerrante su Una mamma
emaki81 su Una mamma
cavaliereerrante su Una mamma

Blog Stats

  • 199,664 hits
dicembre: 2007
L M M G V S D
« Nov   Gen »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  
Sincronicità

Le coincidenze non esistono

Le pieghe della vita

Perché quando cadi nelle pieghe della vita, o meglio sarebbe dire crepe, all’improvviso è come se ti vedessi vivere, come se ti vedessi da fuori. Quando accade, bisogna mettere in conto che può non piacerti quello che vedi.

NUNZY CONTI

"L'essenziale è invisibile agli occhi" Antoine de saint Exupery

Panirlipe's Weblog

pensieri rari e furtivi

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

Spaziocorrente

Il valore di un sorriso. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, nessuno è così povero da non poterlo dare. (P. Faber)

Vietato calpestare i sogni ©ELisa

Se i tuoi sogni dovessero volare più in alto di te,lasciati trasportare.Almeno nella fantasia, non poniamoci mai dei limiti.

arthur...

l'avventura continua...