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il bersaglio

il bersaglio

Pensando di non valere nulla, di non essere nulla,

Sono diventata bersaglio di me stessa

Cercando la Fortuna e la Felicità in ciò che non avevo, avevo perso o avrei perso

Pensando che la Fortuna e la Felicità fosse in ciò che non avevo, avevo perso o avrei perso.

Giacevo senza difendermi nè ripararmi su di un muro,

facendo da bersaglio in attesa di avere la prova che i coltelli che mi venivano lanciati non mi avrebbero colpita

Emanuela Sortino, “Pensieri nell’ombra”, Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0

Concludo le mie amare riflessioni con le parole della scena tratta da un film di Patrice Leconte “La ragazza sul ponte”: che rivedendola oggi, mi rendo conto che offre un interessante spunto di riflessione oltre che dare un’importante lezione di vita….e così due lacrime scendono dai miei occhi quando la rivedo ora dopo tanti anni dalla prima volta e capisco l’errore che ho commesso…..quanto sono stata bersaglio di me stessa…..

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Vi lascio la ricetta di una torta molto leggera e semplice da fare al cioccolato, ottima anche come base per la sacher, che mi ha passato Giuseppina, la mamma di Marco, ed io con gioia la propongo sempre quando ne ho l’occasione perchè è molto buona e molto semplice, adatta ad ogni occasione.

Ingredienti:

  • 50 gr. di cacao amaro;
  • 180 gr. di zucchero;
  • 200 gr. di farina;
  • 250 gr di latte;
  • 1 bustina di lievito;
  • burro per imburrare la tortiera;
  • marmellata di arance (per la farcitura ).

Preparazione: mischiare gli ingredienti secchi con il latte fino ad ottenere un composto omogeneo; spolverizzare infine con un setaccio il lievito, in modo che la torta lieviti gonfiando in modo omogeneo;

versare il composto in una tortiera 22-24 cm bene imburrata e cuocere in forno a 180° per 20-25 minuti.

Data la consistenza della torta, essa si presta per essere tagliata in due e farcita………io l’ho farcita con della marmellata di arance e poi ho spolverizzato sopra dello zucchero a velo, usando una mascherina per decorarla (la mia torta era per un compleanno e ho usato una mascherina in tema) eccola qui:

torta leggera al cioccolato

torta leggera al cioccolato

Sarà che oggi è il mio compleanno…..sarà che ho una gran voglia di fare un viaggio …un viaggio a Parigi e rimanere lì anche per uno o due mesi, per disintossicarmi da tutto quello che mi è successo nell’ultimo anno, ma mi è tornato alla mente un film che ho sempre adorato “Incontri aParigi” (titolo originale ” Les rendez vous de Paris”) di Eric Rohmer.

  • Soggetto e sceneggiatura: Eric Rohmer;
  • fotografia: Diane Baratier;
  • montaggio: Mary Stephen;
  • suono: Pascal Ribier;
  • interpreti: Clara Bellar (Esther), Antoine Basler (Horace), Judith Chancet (Aricie), Mathias Mégard (il “dragueur”), Aurore Rauscher (Lei), Serge Renko (Lui), Michael Kraft (il pittore), Bénédicte Loyen (la donna giovane), Veronika Johansson (la visitatrice svedese);
  • produzione: Françoise Etchegaray, per Compagnie Eric Rohmer; distribuzione: Bim;
  • origine: Francia, 1995;
  • durata: 102’.
  • trama: Sono tre episodi distinti, connessi solo dagli intermezzi musicali. Nel primo episodio Esther è tradita da Horace ma non lo sa. Dopo aver avuto dei dubbi, indaga grazie alla casualità di un portafoglio rubato e ritrovato proprio dalla (ancora presunta) rivale.
Esther ed il presunto ladro - primo episodio

Esther ed il presunto ladro - primo episodio

  • Nel secondo episodio un giovane professore e una ragazza si incontrano nei parchi di Parigi, di settimana in settimana. Lei sta tradendo il suo attuale compagno, ma non sa decidersi a lasciarlo, anzi in fondo non le va. Infine sarà chiaro che il professorino è solo un’appendice al suo amore per l’altro, in una interdipendenza che non salva nessuno dei due.
Le panchine di Parigi

Le panchine di Parigi

  • Nel terzo episodio un giovane pittore deve accompagnare al museo una ragazza svedese in visita, ma è attratto da un’altra donna. Cerca di conoscerla, ci riesce, ma lei non starà al gioco.
    • Madre con bambino

      Madre con bambino

    • In questo episodio trapela il dramma di Picasso ovvero il non poter rappresentare allo stesso momento quello che si vede di fronte e quello che si vede di profilo, l’interno e l’esterno”. Così il giovane pittore protagonista del terzo (e ultimo) episodio del film spiega un quadro del periodo cubista, durante una visita al Museo Picasso di Parigi che ha per unico scopo inseguire la bella sconosciuta appena incrociata per via. C’è in questa frase gran parte della ricerca del professor Eric Rohmer, classe 1920, che fin dagli anni della Nouvelle Vague resta coerente all’idea di “un cinema che dipinge gli stati d’animo, i pensieri così come le azioni”, con una costante attenzione a “quello che la gente pensa mentre fa una cosa, piuttosto che a quello che la gente fa” (Rohmer, 1971). In questo film si mettono in scena l’incontro, il caso, il tradimento, ma anche l’immaginazione, o meglio i risvolti immaginati e possibili di questi eventi nella storia personale. La scelta dell’individuo tra esitazione e dubbio, tra destino e libero arbitrio, nella vita come nelle relazioni amorose, sono da sempre temi cari al regista.

    “Io mi occupo innanzitutto di presentare i fatti, in modo diretto, oggettivo, tacendo sui pensieri del mio personaggio, poi, nel corso di una conversazione, faccio sì che sia proprio lui a raccontarli”. È un po’ quello che succede nel primo episodio del film, L’appuntamento delle sette, e in quello di chiusura, che usa il titolo di un quadro di Picasso “dai toni rossi molto difficili a riprodurre”, al contempo innovativo ( nei colori e nelle forme ) e classico ( nel tema ): Madre e bambino, 1907. La ragazza protagonista della prima storia d’amore racconta alla sua compagna di studio, prendendosi molto sul serio, il proprio dubbio sulla fedeltà del fidanzato. L’amica le consiglia una strategia da adottare, e l’intrigo continua grazie al caso e all’astuzia, in un tono scanzonato che rimanda a Moliere, grazie alla leggerezza di chi sa benissimo come condurre il gioco delle parti. Anche il pittore del terzo episodio si racconta alla bella sconosciuta, ritornando così con le parole a un turbinio di pensieri che non potevamo supporre mentre lo vedevamo all’opera di fronte al suo quadro. Solo che qui la strategia delle regole esplicitate, degli scenari immaginati, non funziona, e la “donna ideale” appena incarnatasi non accetta di portare fino in fondo il gioco di seduzione che l’aveva, tutto sommato, incuriosita. Diverso è il movente della coppia d’amanti della seconda storia del film, “Le panchine di Parigi”. Il dialogo sulle possibilità è presente fin da subito, prendendo a pretesto le distanze tra le periferie di Parigi ed il sogno di una casa in centro in cui stabilizzare la propria relazione. Ma lei sta con un altro e gioca a non lasciarlo, lui la idealizza paragonandola a una ninfa greca, mentre si incontrano all’aperto, nei parchi della città o in cimiteri illustri. Le parole d’amore si colorano dei toni cangianti dell’autunno, in quella luce che “appartiene a una certa ora, a una stagione precisa”, e che vorrebbe trasmettere, con l’immagine e i suoni, le sensazioni di caldo e di freddo, di secco o di umidità, di soffocante o di ventilato” (Rohmer, 1971). Quando finalmente i due amanti clandestini sceglieranno di passare ai fatti, di convertire in azioni i pensieri, la pretestuosa scoperta che il fidanzato tradito è a sua volta un infedele azzererà tutte le immaginazioni, non permettendo più alcuna complicità.

  • La scelta espressiva di Rohmer rimane anche qui coerente alle sue origini: produzione a basso budget con una troupe ridottissima, il film è girato in 16 mm (per poi gonfiarlo in 35 mm) cercando l’economia dei piani, con piena libertà dei tempi e luoghi della lavorazione e ampi margini d’improvvisazione. Pochi i movimenti di macchina, mentre il montaggio rimane narrativo e si elimina di ogni distorsione. Tali procedimenti anelano alla dissimulazione di ogni “rappresentazione”, attraverso una sorta di “trasparenza” funzionale, data dall’uso delle convenzioni narrative del cinema americano, classico, regole che abbiamo oramai, in quanto spettatori, accettato come una seconda pelle. Ecco allora una morale del cinema fatto per “raccontare storie credibili sia grazie ai dialoghi che vorrebbero essere quotidiani (il che non implica la semplicità), sia attraverso un nitido utilizzo del campo/controcampo, della panoramica come movimento di macchina preferito, di pochi carrelli funzionali e discreti, e di zoom portati sull’oggetto del discorso o su colui che parla.
    Una sottile tensione, insomma, volta proprio all’effetto di “oggettività” e, assieme, alla ricerca di una verità fuggitiva che passi nell’incanto di un luogo e di una luce, nella grazia (a volte inattesa) di uno sguardo, o nel movimento di un corpo femminile. Questi corpi tardo-adolescenziali, ci appaiono in fondo un po’ sospetti, quasi un simulacro della loro “verginità” di fronte al mondo delle esperienze in cui si immergono, e in cui incontrano personaggi maschili sempre molto casti (paterni?). Tutte figure agili e nervose, ma dolci, che parlano in un modo fresco e spigliato, a volte però troppo costruito e ridondante.La storia inizia al mattino e si chiude la sera stessa, mentre nel primo episodio era diluita (questione di giorni) e nel secondo dilatata addirittura nei mesi. Spazialmente: l’atelier dell’artista è il luogo in cui apre e si conclude la storia (e il film), uno spazio privato che è divenuto pubblico poiché è stato visitato (come il museo) dalle figure femminili più o meno desiderate, ma senza per questo perdere la propria “autonomia”. Il giovane pittore, che era inizialmente solo, unito al mondo dalla sua opera e dalla sua immaginazione, attraversa tentativi di realizzazione amorosa (uscendo da sé per unirsi a un oggetto del desiderio sia con la bella sconosciuta che (un po’ meno) con la turista svedese. Si confronta con l’universo femminile, ma rimane, nella solitudine (nella disgiunzione) proprio come l’altra figura maschile, non l’ha precisamente “scelto”. Ma lui, almeno, ne è felice. E ormai sera e, dopo un giorno fatto di incontri e seduzioni mancate, è ritornato di fronte al suo quadro. Lo ritocca e lo “vivifica”, tingendo di rosa una figura femminile e di bianco lo sfondo, poi ammira la sua opera e si dice, mestamente: “In fondo, non ho perso la mia giornata”. Ecco, forse, l’umile insegnamento del maestro Rohmer: se l’arte riassume e distilla le esperienze umane, è nella creazione che si rivalorizza la vita.
  • Fonte citata:Nicola Dusi, Segnocinema n. 76, novembre/dicembre 1995.

Eccolo qui, un piccolo grande uomo…….lo guardo e dopo la prima ondata di tenerezza iniziale per quessto cucciolo in salopette, lo riconosco subito, è lui, anche se è solo un bimbo piccolo intravvedo in lui l’uomo che è diventato, così insicuro ma allo stesso tempo coraggioso di tentare un’impresa all’apparenza impossibile: studiare Bioingegneria in Italia,in un altro paese (anche se in Grecia si dice che i greci sono “Una faccia una razza” con gli italiani) laurearsi ed essere un ingegnere, lui, che da ragazzo non aveva voglia di studiare, che pareva inevitabile che avrebbe ereditato il lavoro di suo papà, ma che soffriva perchè voleva provare ad essere “qualcosa di più”, trovare da solo la sua strada, conoscere nuove persone e nuove cose, aprirsi al mondo, per essere una persona migliore……

un piccolo grande uomo

un piccolo grande uomo

In riferimento all’invito di Arthur partecipo all’iniziativa con questo post….dunque, ecco le 10 cose su di me:

  1. covo una segreta e massacrante dipendenza dai pistacchi…..so quando comincio e non quando finisco…
  2. ogni volta che vedo ” Thelma e Louse “, “Nuovo  Cinema Paradiso” e “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” piango, anche se li avrò visti almeno almeno 2000 volte (e non è un numero rappresentativo ma assolutamente reale…..)
  3. Se penso ad un posto dove vorrei vivere penso sempre alla Camargue
  4. Ho paura del fuoco, tanto che non riesco ad accendere un fiammifero nè ad usare un classico accendino BIC con la pietrina e ho paura a guidare l’auto, anche se se c’è bisogno supero questa paura e guido, alle volte addirittura ci prendo gusto, ma subito l’idea di dover guidare mi terrorizza…….
  5. Un mio incubo che ricorre da quando ero piccola è quello di essere travolta da un’onda gigantesca
  6. Ho i capelli mossi e li detesto……..ho perso letteralmente delle ore di vita nella mia vita dietro a loro per tentare di tenerli lisci e  per combattere l’umidità che puntualmente me li arriccia…..Per questo motivo indosso buffi cappellini a cloche stile anni trenta, che mi proteggano i capelli da agenti atmosferici vari, tipo l’umidità….. che me li arriccerebbe
  7. Non porto le gonne corte perchè mi vedo le gambe storte, così porto solo gonne lunghe o longuette
  8. Difficilmente porto scarpe col tacco, preferisco le scarpe basse nonostante io non sia proprio una spilungona… 🙂
  9. odio tutti gli insetti che volano ed hanno pungiglioni
  10. Da quando sono stata male il vedere una qualsiasi  cosa che sia di un rosso troppo acceso mi fà venire la tachicardia, comincio a sudare e mi gira la testa..

E con questo ultimo decimo aspetto concludo la mia lista……. 🙂

Sì, è tutta la vita che ho la sensazione di vedere scene già viste, di vivere scene già vissute…..una sensazione che non so spiegare, strana…….

Un appartamento al piano terra con un giardino davanti e nel giardino due pini…..uno alto alto, l’altro piccolino, appena diventato albero, la manina piccola e delicata di una bambina che si appoggia sul suo tronco, il tronco di un albero “bambino” anche lui come lei……..come un tacito patto tra lei e lui, un gesto di solidarietà tra bambini…….

Una divisa, una camicia bianca ed una gonna scura a pieghe, appena appena sopra il ginocchio, un ginocchio di ragazzina che indossa delle ballerine nere e davanti a lei un microfono, e poi solo lei, la sua voce puerile alta, squillante, angelica, e la musica…..un requiem di Gabriel Faurè…… Una scena simile si ripete…….una chiesa dalla volta molto alta e lei, cresciuta, in abito da sera scuro e dietro un grande dipinto…… una madonna del rubens….lei canta, la sua voce è meno puerile, ma sempre angelica ed alta…..

vite già vissute

vite già vissute

Una biglia di gomma trasparente ed il riflesso attraverso di essa di una città e di una casa con giardino non nota nè vista la perseguita come in un sogno……. la città dove vivrà per 8 mesi tra ospedale e day hospital.

Sarzana

Sarzana

Un “testamento” un foglio di carta da lettere nella sua busta con disegni rosa e dorati, datato 1994, con scritto cosa avrei voluto “dopo”: “Vorrei che il mio corpo sia cremato e le mie ceneri gettate in mare” e, di seguito, un elenco di nomi, amici ed amiche, persone amate, persone a cui ci si sente legati a doppia mandata, a cui lasciare tutte le mie cose…….

Poi, in giro a scattare foto, foto ed immagini sono una passione, attimi di vita carpiti…….e l’amore, l’amore e la passione, grandi amori e grandi passioni…….amori e passioni che tradiscono che feriscono…… poi il teatro, musica e teatro, teatro e musica……storie e poesie  storie e poesie che parlano d’amore, d’amore e di coraggio….

Scene già viste, già vissute…….presentimenti e presagi………domande che cominciano ad avere delle risposte….. vite già vissute

So che mi senti come so che leggendo ed ascoltando questo capirai che è dedicato a “Te”:

In questi giorni mi è capitato di riflettere sul fatto che  alcune persone sembrano vivere in una “soap opera”……vedono intrighi e storie assurde dappertutto attorno a sè e spesso e soprattutto contro di sè e vivono una vita “condita” di queste storie”assurde” o, comunque, non vere, inventate, supposte e rimuginate, spesso gonfiate a tal punto da apparire surreali, tanto da perdere letteralmente il contatto con la realtà….. Qui sul web, per ovvi motivi, è più facile incontrare queste persone ed incrociare queste vite……ma questo non mi impedisce ancora di meravigliarmene, per fortuna, (aggiungo).

Così, mi chiedo, cosa spinge una persona con la sua vita, il suo bagaglio di esperienze personali, di gente incontrata, conosciuta, magari amata, a decidere più o meno consciamente di vivere una vita diversa, non sua, non reale, ma “costruita”, “condita” di situazioni,esperienze, spesso complotti, inesistenti? Dico “complotti” perchè spesso ho notato che si cade su questo, il credere che ci sia qualcuno che complotti contro di sè, come punto di partenza per iniziare a “vivere in una soap opera”……. La prima risposta che mi viene da dare è “Insoddisfazione“, “tanta insoddisfazione” della propria vita, quella reale, quella che magari è “difficile” ma sicuramente più “semplice” della trama di una “soap opera”…….Quella “semplicità” che, forse, agli occhi di queste persone  pare più “banalità” che “semplicità“……Poi mi dico: “Forse è solo una paura fortissima di aprire gli occhi un giorno e rendersi conto che non si è vissuti ……la paura di morire “senza un perchè”.

Tutto parte da un dolce, le Michette, dolci tipici di un paesino nell’entroterra di Ventimiglia, sito in una valle che si chiama Val Nervia, il paesino di Dolceacqua

Dolceacqua

Dolceacqua

Le michette di Dolceacqua sono dolci così fatti: si presentano come piccoli dolci di pasta brioches a forma ovale di panino, quella classica, a forma di nodo, quella più moderna, di lunghezza di circa 4cm e larghezza 2 cm.

Vi lascio la ricetta:

Ingredienti: (per sei persone) 1 kg di farina di frumento, 100 g di lievito di birra, 4 uova, 350 g zucchero, 250 g burro, la scorza grattuggiata di un limone, sale, acqua tiepida (alcuni aggiungono anche il marsala).

Preparazione: sciogliere il lievito in acqua tiepida e unirlo alla farina, aggiungere le uova, lo zucchero, il burro il limone grattugiato, un pizzico di sale e il marsala.Lasciare lievitare l’impasto per circa un’ora, quindi lavorarlo e formare tanti panini a forma ellittica o di nodo.Disporre le michette sulla teglia unta d’olio e cuocerle in forno, inumidendo con acqua la parte superiore e spolverizzare con lo zucchero.

Michette di Dolceacqua

Michette di Dolceacqua

Intorno alle michette di Dolceacqua esiste una storia, ve la racconto, così come la conosco io:

Un tempo a Dolceacqua esisteva lo ius primae noctis, ovvero il castellano aveva il diritto di passare la prima notte di nozze con le giovani spose prima del loro novello consorte, un gesto di prepotenza e di strapotere, un gesto di sfregio verso la popolazione, nonchè un gesto di bieca e gratuita violenza verso i più deboli.

Si narra che un giorno una giovane sposa si ribellò allo ius primae noctis confezionando questo dolce e che offrì questo dolce, quale simbolo della propria verginità, al castellano che rivendicava con lei il diritto dello ius primae noctis. La coraggiosa giovane sposa fu rinchiusa nel castello di Dolceacqua dove fu dimenticata e morì di fame e di sete.

Il suo gesto, però, fu di incoraggiamento per la ribellione di tutte le altre giovani allo ius primae noctis. Infatti, le giovani da quella volta, come lei, presero a confezionare le michette ed offrirle, come simbolo della loro verginità, al castellano che rivendicava con loro il diritto dello ius primae noctis, ed in questo modo raggirarono l’ostacolo.

Ancora oggi a Dolceacqua il 16 agosto di ogni anno viene ricordato il sacrificio di questa giovane e coraggiosa ragazza che per prima si ribellò allo ius primae noctis con la “sagra della Michetta“.

Dolceacqua

Dolceacqua

Guardare il mondo dietro ad un obiettivo…..mi piace moltissimo, ormai da molti anni…..prima meno consapevolmente ora più consapevolmente, con più tecnica……Guardare il mondo dietro ad un obiettivo è come usare un “terzo occhio”….ogni volta che scatto una foto mi meraviglio dell’immagine che ho rapito nello scatto……a volte me la immaginavo diversa altre volte sono più soddisfatta di ciò che ho scattato che di ciò che ho visto…..ogni volta è una sorpresa…….Chi è abituato a guardare il mondo dietro ad un obiettivo, mi chiedo, vede lo stesso mondo che posso vedere io, che non sono abituata a guardare il mondo dietro ad un obiettivo…? Io che solo qualche volta riesco a carpire attimi di vita con l’obiettivo, ma sicuramente non è una pratica usuale per me. Ricordate quando si diceva che la macchina fotografica rubava l’anima? Ed alcune persone nella storia vi hanno sicuramente creduto e non hanno voluto essere fotografate……..Forse è vero, la fotografia, in un certo senso, ruba l’anima delle cose che vengono immortalate, l’anima così come è, in quel momento. Io riguardo le mie foto, foto estive, che risalgono a solo un anno fà e lì è rimasta una parte della mia anima, di sicuro…..l’anima di una ragazza spaventata da una vita a lei nuova ma felice di acoprirla ed, in un certo senso, ignara di ciò che le sarebbe capitato……ma quella ragazza è ancora lì in quella foto ed aspetta il suo futuro col suo bene ed il suo male e continua ad essere felice di avere la possibilità di scoprirne il bene ed il male….

guardare il mondo da un obiettivo

guardare il mondo da un obiettivo

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“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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Sincronicità

Le coincidenze non esistono

Le pieghe della vita

Perché quando cadi nelle pieghe della vita, o meglio sarebbe dire crepe, all’improvviso è come se ti vedessi vivere, come se ti vedessi da fuori. Quando accade, bisogna mettere in conto che può non piacerti quello che vedi.

NUNZY CONTI

"L'essenziale è invisibile agli occhi" Antoine de saint Exupery

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pensieri rari e furtivi

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

Spaziocorrente

Il valore di un sorriso. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, nessuno è così povero da non poterlo dare. (P. Faber)

Vietato calpestare i sogni ©ELisa

Se i tuoi sogni dovessero volare più in alto di te,lasciati trasportare.Almeno nella fantasia, non poniamoci mai dei limiti.

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