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C’è una storia dietro ogni persona.

C’è una ragione per cui loro sono quel che sono.

Loro non sono così perché lo vogliono.

Qualcosa nel passato li ha resi tali,

e alcune volte è impossibile cambiarli.

S. Freud

chitarra

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discriminazione

Torno a riempire le righe di questo blog dopo qualche giorno di assenza, che mi ha visto lontana dalla tastiera.

Mi aggancio al post precedente “la disabilità nel nuovo millennio: gli invisibili” ribadendo che “l’integrazione” di cui si và parlando relativamente ai disabili esiste sulla carta ed anche lì è molto parziale. E’ stato fatto qualcosa per integrare i disabili a scuola ed al lavoro a livello di legge, ma l’integrazione di fatto non c’è.

Questo perché manca il primo livello di integrazione: quello sociale.

Le origini dell’atteggiamento sociale del rifiuto del “diverso” sono peraltro antichissime.

Le testimonianze scritte ci portano all’antica Grecia:

Cito questo testo, come esempio, dalle “ Vite parallele, Vita di Licurgo” (Plutarco):
Il genitore non era padrone di allevare il figlio, ma doveva prenderlo e portarlo in un luogo chiamato “lesche”. Là erano in seduta i più anziani della tribù che esaminavano il piccolo: se era ben conformato e robusto ordinavano di allevarlo e gli assegnavano uno dei novemila lotti di terra. Se invece era malato e deforme lo inviavano ai cosiddetti “depositi”, una voragine nelle pendici del Taigeto.”

La società allora si depurava dei bambini con difetti fisici, considerati un peso per la società stessa. Ai nostri occhi di uomini del nuovo millennio questa è una pratica barbara ed incivile.

Ma non siamo poi cambiati molto.

Oggi non uccidiamo più i bambini malati. Oggi ci prendiamo cura del malato, fingiamo di dargli un’educazione, garantendo l’istruzione obbligatoria, tra mille ostacoli e difficoltà. Da adulti fingiamo di occuparcene mettendoli in “centri” o laddove possibile facendoli lavorare.

Ciò su cui mi interrogo in questo post è da dove nasce il principio tale per cui:

“diverso=meno”

Nel momento in cui insorge una patologia o un evento traumatico che comporta una deviazione seppur minima dallo standard, l’individuo perde automaticamente il diritto di essere trattato come tutti quelli della sua specie.

Con il termine “meno” intendo proprio colui che ha meno diritti, meno capacità, meno possibilità e di cui avere meno considerazione.

La comparsa di questo “meno” nella vita dell’individuo crea una lacerazione all’interno del tessuto sociale che si risolve in una lacerazione all’interno della famiglia di appartenenza, nel cerchio delle amicizie e nell’ambiente di lavoro.

Quest’ultimo di solito è il primo che rinnega l’individuo divenuto diverso.

A seguire gli amici.

La famiglia, senza retorica, resta, in questi casi, l’ultimo baluardo di un affetto disinteressato, anche se la lacerazione tra il soggetto colpito ed i famigliari mette in discussione tutti gli equilibri che si sono instaurati all’interno di un nucleo familiare nel tempo, spesso con grande dolore e sofferenza.

 

Io ho perso quasi automaticamente il lavoro (non mi rinnovarono il contratto solo due mesi dopo) e mai più mi riaprirono le porte, pur avendone l’occasione. Successivamente ho cambiato lavoro e datore di lavoro per poter ricominciare a lavorare.

Poi ho perso gran parte degli amici di allora. La cerchia degli amici si spaccò in tre: una parte, quella la cui amicizia si era instaurata da poco, non la rividi più, senza neppure salutare: era la parte legata al fidanzato del tempo, che se ne andò anch’egli senza salutare.

Un’altra, di più lunga data, resistette presa a compassione e per un periodo prese a trattarmi come la malata del gruppo, colei di cui avere pietà e a cui “dare assistenza”. La lacerazione si formò nel momento in cui io dimostrai di non avere bisogno né di pietà né di assistenza; io rimanevo sempre un individuo con la propria autonomia mentale, i propri sogni e desideri e avrei condotto lo stesso la mia vita così come la volevo. Ciò che mi occorreva era solo accettare che così come ero potevo condurre una vita del tutto pari alla loro.

Un’ultima parte, infine, molto ristretta, non perse mai di vista il fatto che la persona con cui aveva a che fare era sempre la stessa ed accettò, senza che io lo chiedessi, il “cambiamento fisico”, la diversità, senza mutare il suo atteggiamento verso di me.

La mia famiglia tra mille contrasti, impiegò molti anni prima di accettare che continuassi la mia vita. Espressione ricorrente riferita a me era: “Tanto ormai…”. Credo che per affrontare l’emergenza fosse divenuta loro convinzione di non aspettarsi più nulla da me e dalla mia vita. Per loro ero “morta”. Ormai convinti di ciò, finirono addirittura per ostacolarmi, soprattutto nella vita privata ed affettiva, quasi come se non potessi trovare legami ed una mia vita fuori da loro.Passato, però, il periodo di forte contrasto in cui i famigliari non volevano credere che la mia vita continuasse e ristabilito un nuovo equilibrio, le loro reazioni tornarono normali, accettando la mia diversità e divenendo molto collaborativi. Di nessun altro mi posso fidare come di loro.

Dato tutto ciò, il paradosso è questo: con questo vissuto alle spalle e portandomi addosso questa “diversità” sono considerata “meno” dalla società tutta con le specifiche sfumature che ho citato prima ma in realtà sono “più”:

  1. nel lavoro: sono diventata più capace e responsabile, so misurare meglio gli sforzi dirigendoli con più accuratezza verso gli obiettivi;
  2. nell’amicizia: sono più empatica e più sensibile, più acuta nel comprendere persone e situazioni;
  3. in famiglia: sono più capace di distinguere i ruoli famigliari, collocandomi con più consapevolezza nel mio ruolo. Comprendo ed apprezzo a seconda dei casi molto di più comportamenti e dinamiche famigliari.

 

Sono in generale una persona più intelligente e sensibile.

Mentre vengo ogni giorno depauperata di diritti e di considerazione come individuo, sono diventata una persona più “ricca”.

 

E chiudo, con questa considerazione che ha ritardato di più di un mese la pubblicazione di un nuovo post. 🙂

 

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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