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Sono qui a studiare un’aria da camera per mezzosoprano, dato che da poco ho scoperto di esserlo……e penso: il grande Wolfgang Amadeus Mozart diceva:

“Io metto insieme le note che si amano”

Sì, la musica, la melodia, cosa sono se non unione di suoni (note) che si amano? E’ per quello che l’uomo da quando è tale non può fare a meno della musica…perchè la musica è amore….. Conoscete il film “un cuore in inverno” di Claude Sautet? Secondo me queste due scene rendono molto bene quella che è la mia riflessione sulla musica…..La musica è amore. In queste due scene lei, violinista di successo, deve registrare un brano per violino, violoncello e piano di Ravel e, dopo le prove, di cui è insoddisfatta, riesce a suonare divinamente quando tra gli ascoltatori c’è colui che ama…….anche se poi scoprirà essere un uomo senza sentimenti ed aridissimo dentro……..


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Mi allaccio agli ultimi commenti e a quanto detto con Satine per pubblicare questo post: “La doppia vita di Veronica”, titolo originale “Le double vie de Véronique” è un film del 1991 diretto dal regista polacco Krzysztof Kieslowski che io amo molto

La storia parla di una ragazza polacca, Weronika, e una francese, Vèronique, che pur non avendo nessun legame, sono uguali come gocce d’acqua….. hanno lo stesso amore per la musica e la stessa malformazione al cuore.

Per una misteriosa coincidenza, la “Veronica”francese farà tesoro della tragica esperienza dell’altra, per salvarsi….

Ecco una recensione del film di Nicola D’Ugo

Immaginiamo di essere una ragazza polacca e di chiamarci Weronika. Abbiamo finito il conservatorio e la vita è aperta a nuove possibilità, tutte da verificare. Abbiamo un ragazzo che si presenta all’improvviso e sparisce. Abbiamo un papà affettuoso, ma che si tiene in disparte, con una vita che non ha le stesse caratteristiche della nostra. Non abbiamo una mamma, perché è scomparsa quando eravamo piccole. La nostra vita scorre come le nostre gambe, che corrono decise nell’incertezza del momento. Ogni tanto il nostro corpo ci ricorda che esistiamo, non solo quando mangiamo o abbiamo sonno, ma quando la pioggia appoggia le sue stille sul nostro viso immoto nel temporale, quando il ragazzo stringe il nostro corpo nudo al suo in una camera da letto, quando correndo per strada all’improvviso sentiamo un dolore nel petto e ci accasciamo su un tappeto di foglie cadute, prima di risollevarci e riprendere il tragitto che avevamo interrotto. E, ancora, quando una passione si gonfia da dentro di noi e si sprigiona in un canto delizioso che affascina chi ci ascolta.
Intanto sentiamo che non siamo sole, che c’è un’altra come noi, un’altra che non è una nostra gemella, ma che sentiamo che esiste. E desideriamo incontrarla. A volte, guardando una nostra foto, ci pare di vedere lei, e sappiamo che possiamo riconoscerla.
Ogni tanto abbiamo degli incontri che sono come visioni. Persone che sembra che solo noi vediamo, seppure passino nella strada in pieno giorno: un esibizionista che apre il cappotto per farci vedere i suoi genitali o una vecchietta che trasporta delle borse troppo pesanti per lei, e ci viene il desiderio di lanciarle una voce per darle una mano. L’esibizionista senza volto riprende il suo cammino incurante di noi, e ci fa sorridere a ripensarci; la vecchia senza volto si porta via la gobba e le borse. Ma un giorno, in un’agitata folla di Cracovia, una ragazza sale su un pullman con la sua macchina fotografica e continua a scattare foto a destra e a manca sul pullman in movimento. Noi guardiamo sbalordite qualcuna che per noi è molto più che una sosia. Rimaniamo lì a guardare le bolle dei nostri occhi, anche dopo che il pullman è sparito. Poi andiamo a un’audizione. La nostra voce affascinante è strana, interrotta da un sobbalzo interno, ma che solo noi sappiamo che si tratta del nostro cuore malato che fa le bizze, e ci tocca trattenere le forze perché la voce ci si smorzi appena un po’ prima del previsto. La voce ci esce da dentro, non possiamo farci niente, è più forte di noi quel desiderio di esibirci. Per gli altri, per il direttore d’orchestra e per chi ci ha ingaggiate abbiamo semplicemente una “strana voce”, bella, limpida e con quel tocco in più che loro non sono in grado di comprendere. E nel mezzo del nostro canto davanti alla platea, dopo qualche sussulto che siamo riuscite a soffocare, cadiamo sul pavimento senza più vita. Gli amici e i parenti gettano la terra fresca sulla nostra bara dal coperchio trasparente come un vetro, e la nostra visione di loro scompare lentamente manciata dopo manciata. Non è il nostro dolore che avvertiamo, ma quello disegnato sui loro volti.
La doppia vita di Veronica (La Double Vie de Véronique , 1991) di Krzysztof Kieslowski è un viaggio suggestivo nell’esperienza del doppio. Dopo aver raccontato la storia di Weronika, Kieslowski apre con una delle tante scene d’amore del film. Ci riporta immediatamente nella dimensione della carne e del corpo, ma anche della doppiezza del senso del corpo. Appena morta Weronika, ce la restituisce in una sequenza poetica in cui anzitutto quello che deve essere evidenziato è la sanità del corpo, la sua esposizione e pienezza sensuale. L’intera sequenza è volutamente in sospensione, o meglio in una sovrapposizione di immagini che non si disturbano reciprocamente, ma si compendiano e rendono la scena incantevole e, in un certo senso, magica. Il tema del doppio riguarda una molteplicità di aspetti: l’identità (Weronika e Véronique), il corpo (sano e malato), la mente (io in me, lei in me, io da sola, io insieme a lei, io ora, io eventualmente), il segno esteriore (presenza, assenza e individuazione di causa e effetto nel tempo) ecc.

L’apparente parallelismo delle due vite assume anche cinematograficamente due tensioni: film intimistico e film giallo. Il doppio di La doppia vita di Veronica non è fatto di opposizioni o coincidenze. Tutto il contrario: Weronika e Véronique non sono le due bambine che il burattinaio Alexandre (Philippe Volter) racconta a quest’ultima: “Il 23 novembre 1966 è stato il giorno più importante delle loro vite. È in quel giorno, alle tre del mattino, che sono nate tutte e due, in due città diverse, in due diversi continenti. Tutte e due avevano i capelli neri, occhi verde scuro. Quando tutte e due avevano due anni e sapevano già camminare, una si bruciò toccando il forno. Qualche giorno dopo anche l’altra avvicinò il suo dito al forno, ma all’ultimo momento lo ritirò: pertanto, non poteva sapere che si sarebbe bruciata. Ti piace?” L’insegnante di musica Véronique non risponde, né si mette a piangere come dopo aver scoperto la fotografia che aveva inavvertitamente scattato a Weronika a Cracovia, nel trambusto del pullman affollato e in movimento. Alexandre, artista e animo gentile e un po’ maldestro, racconta a Véronique quello che siamo normalmente portati a pensare quando ci figuriamo due sosia, nati addirittura lo stesso giorno. Da un lato accomuna le due persone per le caratteristiche psicofisiche, dall’altro le differenzia per collocazione spaziale. Intanto, le due ragazze non sono nate “in due diversi continenti”. Poi, le esperienze di Weronika e Véronique si compenetrano l’una nel pensiero dell’altra. Ed è qui una differenza rimarchevole, che Kieslowski accompagna attraverso il compenetrarsi fitto dei languori intimistici e delle tensioni da thriller, che non ci danno tregua e insieme ci affascinano e ci incantano. Il primo momento è dedicato al sentire, ossia all’aspetto umorale, che in arte viene reso attraverso atmosfere cromatiche e di suono e richiami figurativi: avvertire l’altro in sé è già sentire in sé, e semmai è un estendere il proprio sé, ossia avvertire qualcosa in più che è in noi, ma che non era in superficie. Il secondo momento è quello successivo, ossia la reazione all’umore, un figurarsi qualcosa che ancora non è ma che può (o potrebbe) essere: è il momento dell’azione o dell’attesa dell’azione, in ogni caso di una modificazione.
Il mezzo poetico adottato per convogliare questi due momenti è reso attraverso il movimento della macchina da presa (che sa muoversi come l’archetto di un violino o la bacchetta di un direttore d’orchestra) e una miriade di oggetti presenti nel film. È anzitutto un film di sguardi, ammiccamenti ambigui, di lenti che riflettono, dilatano, capovolgono paesaggi e occhi, così come gli occhiali del papà di Weronika fanno passare attraverso la propria lente il paesaggio che sta disegnando nella notte, così come la pallina che deforma le immagini, o la lente di ingrandimento che le fa apparire ravvicinate. E, ancora, la luce, che caratterizza la seconda parte del film (insieme ai rossi tipici della pittura fiamminga), dedicata alla storia di Véronique, da subito, quando ci accorgiamo che la sovrapposizione suggestiva d’immagine diventa una lampadina accesa accanto ai due corpi degli amanti. E poi il sole in continuazione su Véronique anche negli interni, il viso illuminato di Alexandre che incontra lo sguardo di Véronique, il gioco dello specchio che riflette la luce su di lei dalla finestra di fronte. Anche l’intesa con Alexandre avviene attraverso immagini simboliche: una storia di burattini che coincide con quella che ha in mente la ragazza francese; una ballerina che cerca di spiccare il volo, cade e muore, è coperta dal lenzuolo, il lenzuolo si fa bozzolo, e lei ne emerge con le ali e spicca il volo in una nuova vita. Il segno stesso come registrazione e cancellazione dell’evento è reso più volte. Il più evidente è quello delle fotografie: Weronika che guarda la propria foto come se si trattasse dell’altra e Véronique che guarda l’altra che però ha un cappotto non suo. Ma anche lo scontro automobilistico sentito nell’audiocassetta, l’automobile in frantumi ritrovata tempo dopo alla stazione ferroviaria, e la cancellazione dell’incidente attraverso la rimozione dell’auto stanno lì ad attestare che ciò che resta è essenzialmente nella memoria, a corroborare l’importanza dell’interiorità individuale sulle vicende esteriori (oltre a costituire, insieme al tema della corsa, uno dei richiami frequenti nei film del regista).
Oltre la somiglianza Kieslowski racconta, con le due vite, la differenza fra adolescenza e maturità, fra l’avventatezza e una maggiore cura di sé. Weronika alza il viso a ricevere l’acqua dal cielo, incurante del proprio corpo, trascurandolo totalmente. Véronique, con lo stesso gesto, si ferma un attimo fra due zone d’ombra a ricevere la calda luce del sole sul viso, come per tonificarsi. Weronika corre, corre sempre, nonostante la cardiopatia. Véronique continua a fumare, ma va in automobile e dal cardiologo per tenere sotto controllo la malattia. Weronika ha voglia di fare, ha sempre fretta di arrivare da qualche parte, non sa bene dove: se sente il desiderio di cantare intona il suo canto senza badare alla salute. Véronique abbandona l’attività artistica e si dedica solo all’insegnamento: non sa spiegare perché, ma lo fa dopo aver sentito in sé che Weronika è morta.
Weronika sente che non è sola al mondo; Véronique sente di aver perso qualcuno, e per dare un’idea della sensazione di perdita chiede al padre come si sentiva quando era morta la mamma. La seconda vita di Veronica, ossia quella di Véronique dopo la morte di Weronika, è una vita raddoppiata e dimezzata insieme. Dentro di sé la ragazza francese avverte che non deve sprecare la propria vita, non deve morire trascurandosi. Il sentire di Weronika è, se si vuole, più ingenuo: è un forte sentire che non ha tempo di tramutarsi in un’idea più nitida. Quando vede Véronique sul pullman sa di essersi trovata, ma non sa di preciso cosa quel trovarsi significa. Véronique invece, nel suo giallo interiore, comprende con dolore quello che il burattinaio Alexandre non ha maturato in sé: l’idea della perdita della possibilità di condividere le proprie idee, le proprie sensazioni, il proprio corpo con l’altra. È una condivisione che riguarda la possibilità di trovarsi non tanto negli stessi panni o nello stesso corpo di qualcun altro, ma nella stessa carne e in uno spirito affine. La ricerca di Weronika da parte di Véronique chiude il suo cerchio non tanto nel momento in cui è morta, ma nel momento in cui scopre se stessa fotografata. È solo allora che la sensazione di perdita trova un oggetto esterno, reale. Entrambe trovano conferma di quello che sentivano: la polacca riesce a vedere la francese, mentre la francese ha conferma che la polacca è esistita. Ed è solo allora che scoppia in lacrime, prima di pensare con tenerezza quello che ha perso. È a questo punto che per Véronique comincia una nuova vita, che Kieslowski chiude con la sua mano sulla corteccia d’albero, così come all’inizio Weronika bambina teneva fra le mani la foglia di un albero e ascoltava la voce fuori campo e fuori scena della mamma che le spiegava cosa significasse quell’elemento della natura staccato dal suo tronco. Il film è la parabola di una ricerca di sé, attraverso l’individuazione delle proprie possibilità ulteriori (i percorsi non intrapresi), il confronto con un altro che matura altre esperienze a partire da un materiale umano indifferenziato. La domanda di fondo del regista polacco è: Cosa farei io se mi staccassi dal mio percorso per un momento, se mi guardassi da dentro e da fuori con chiarezza? A livello narrativo, la parabola racconta di chi è morta e di chi è sopravvissuta, e si capisce bene che la seconda, dopo aver concepito l’idea della prima, vede la vita in modo diverso. Kieslowski segue il percorso fino a un certo punto. Non ci dà una risposta, ma ci pone piuttosto una domanda: atto alquanto raro nel cinema di oggi, dove i più offrono risposte conclusive su qualsiasi discorso riguardi l’uomo.

Per la sensuale, sofferta, spontanea e complicata interpretazione dei due ruoli, Irène Jacob è stata premiata come migliore interprete femminile al Festival di Cannes del 1991. Le difficoltà simboliche del film e la ricchezza della tematica sono state enormemente sottovalutate dalla critica, che trovandolo sicuramente emozionante per le incantevoli musiche di Zbigniew Preisner e la cinematografia in genere, ha trovato difficile calarsi in una dimensione dell’intimità umana che non rientra negli schematismi consueti del discorso sul doppio nell’Occidente contemporaneo. Un motivo in più per far tesoro di una tematica che è qualche passo oltre i discorsi sui gemelli, i sosia e i cloni visti in un ambito tristemente materialista. Il film, con tutta la sua carica di sensualità, è anzitutto dedicato allo spirito.

(L’articolo è stato pubblicato nel dicembre 2000 su Notizie in… Controluce con il titolo ” Weronika e Véronique. Due ragazze che si sentivano esistere” )


ritratto di Adèle Hugo

ritratto di Adèle Hugo

Questa è la storia di Adèle Hugo, figlia di Victòr Hugo…..è una storia d’amore e d’avventura, da cui Francois Truffaut ha tratto un film “Adèle H, una storia d’amore” con una giovanissima Isabelle Adjani nei panni di Adèle. La sceneggiatura fu tratta dalla biografia di Adèle curata da Miss Frances Vernon Guille, una studiosa americana che, nel 1955, aveva scoperto due volumi del diario della figlia di Hugo in una libreria di New York, ma Truffaut si discostò dalla storia vera in alcuni punti.Il film è il racconto di una storia d’amore finita e del sentimento ossessivo che spinge la ragazza ad attraversare gli oceani pur di riconquistare questo amore, il tenente Pinson, che non l’ama più e la respinge.Adèle, guidata dall’idea fissa del matrimonio, ha bisogno di una riconquistata normalità dopo l’abbandono della casa paterna, pur consapevole che ormai l’uomo non nutre più alcun interesse per lei, lo cerca, gli si offre, si dispera, non esitando a ricorrere alla finzione, al ricatto, alla menzogna, e più lui la rifiuta e più il rifiuto alimenta l’ostinato desiderio, fino ad arrivare all’esplosione della malattia, prima la polmonite, poi l’oscuro e simbolico male agli occhi ed, infine, la follia.
Ma “L’histoire di Adèle” non è solo una storia d’amore a senso unico, qualcosa di simile a un brano musicale per un solo strumento, come sostenne Truffaut, ma è anche la ricerca di una propria identità, di una figlia in fuga da un padre ingombrante ed estraneo, Victor Hugo (che nel film non compare mai, ma che è sempre presente nelle allusioni, nei dialoghi, nei ricordi), che le preferisce l’affetto d’un ‘altra figlia, la prediletta Leopoldine, e con il quale l’ unico punto di contatto, simbolicamente incestuoso, è la passione per la scrittura: i libri di Hugo, le lettere e i diari di Adèle.
Infine, la ragazza si distaccherà sia da Pinson che dal padre, rifugiandosi nella solitudine più estrema, ponendo tra sé e le figure amate/odiate un abisso incolmabile: la follia.
Adèle morirà a 85 anni, in estrema solitudine, in una casa di cura per malati di mente.

Quasi un anno fà ero a casa di un’amica ed in TV davano “Dirty dancing” ero appena andata via di casa, con tutto il mio bagaglio di dubbi, di insicurezze, di paure, di delusioni…….e a 27 anni quasi suonati, ci siamo trovate tutte e due a guardare quel film come due adolescenti, rinnovando le stesse emozioni di quei tempi, gli stessi sogni, le stesse speranze…… E mi addormentavo con l’immagine del viso di lui (il bellissimo Patrick Swayze) ed un pensiero: guardando “Dirty dancing” capisco che i sogni non muoiono mai………

Oggi sento la notizia che Patrick Swayze è morto a 57 anni di cancro al pancreas ma lui rimarrà sempre quel fantastico 30-enne dolce, forte, coraggioso che mi ha insegnato che nonostante tutto i sogni non muoiono mai…..

il bersaglio

il bersaglio

Pensando di non valere nulla, di non essere nulla,

Sono diventata bersaglio di me stessa

Cercando la Fortuna e la Felicità in ciò che non avevo, avevo perso o avrei perso

Pensando che la Fortuna e la Felicità fosse in ciò che non avevo, avevo perso o avrei perso.

Giacevo senza difendermi nè ripararmi su di un muro,

facendo da bersaglio in attesa di avere la prova che i coltelli che mi venivano lanciati non mi avrebbero colpita

Emanuela Sortino, “Pensieri nell’ombra”, Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0

Concludo le mie amare riflessioni con le parole della scena tratta da un film di Patrice Leconte “La ragazza sul ponte”: che rivedendola oggi, mi rendo conto che offre un interessante spunto di riflessione oltre che dare un’importante lezione di vita….e così due lacrime scendono dai miei occhi quando la rivedo ora dopo tanti anni dalla prima volta e capisco l’errore che ho commesso…..quanto sono stata bersaglio di me stessa…..

Sarà che oggi è il mio compleanno…..sarà che ho una gran voglia di fare un viaggio …un viaggio a Parigi e rimanere lì anche per uno o due mesi, per disintossicarmi da tutto quello che mi è successo nell’ultimo anno, ma mi è tornato alla mente un film che ho sempre adorato “Incontri aParigi” (titolo originale ” Les rendez vous de Paris”) di Eric Rohmer.

  • Soggetto e sceneggiatura: Eric Rohmer;
  • fotografia: Diane Baratier;
  • montaggio: Mary Stephen;
  • suono: Pascal Ribier;
  • interpreti: Clara Bellar (Esther), Antoine Basler (Horace), Judith Chancet (Aricie), Mathias Mégard (il “dragueur”), Aurore Rauscher (Lei), Serge Renko (Lui), Michael Kraft (il pittore), Bénédicte Loyen (la donna giovane), Veronika Johansson (la visitatrice svedese);
  • produzione: Françoise Etchegaray, per Compagnie Eric Rohmer; distribuzione: Bim;
  • origine: Francia, 1995;
  • durata: 102’.
  • trama: Sono tre episodi distinti, connessi solo dagli intermezzi musicali. Nel primo episodio Esther è tradita da Horace ma non lo sa. Dopo aver avuto dei dubbi, indaga grazie alla casualità di un portafoglio rubato e ritrovato proprio dalla (ancora presunta) rivale.
Esther ed il presunto ladro - primo episodio

Esther ed il presunto ladro - primo episodio

  • Nel secondo episodio un giovane professore e una ragazza si incontrano nei parchi di Parigi, di settimana in settimana. Lei sta tradendo il suo attuale compagno, ma non sa decidersi a lasciarlo, anzi in fondo non le va. Infine sarà chiaro che il professorino è solo un’appendice al suo amore per l’altro, in una interdipendenza che non salva nessuno dei due.
Le panchine di Parigi

Le panchine di Parigi

  • Nel terzo episodio un giovane pittore deve accompagnare al museo una ragazza svedese in visita, ma è attratto da un’altra donna. Cerca di conoscerla, ci riesce, ma lei non starà al gioco.
    • Madre con bambino

      Madre con bambino

    • In questo episodio trapela il dramma di Picasso ovvero il non poter rappresentare allo stesso momento quello che si vede di fronte e quello che si vede di profilo, l’interno e l’esterno”. Così il giovane pittore protagonista del terzo (e ultimo) episodio del film spiega un quadro del periodo cubista, durante una visita al Museo Picasso di Parigi che ha per unico scopo inseguire la bella sconosciuta appena incrociata per via. C’è in questa frase gran parte della ricerca del professor Eric Rohmer, classe 1920, che fin dagli anni della Nouvelle Vague resta coerente all’idea di “un cinema che dipinge gli stati d’animo, i pensieri così come le azioni”, con una costante attenzione a “quello che la gente pensa mentre fa una cosa, piuttosto che a quello che la gente fa” (Rohmer, 1971). In questo film si mettono in scena l’incontro, il caso, il tradimento, ma anche l’immaginazione, o meglio i risvolti immaginati e possibili di questi eventi nella storia personale. La scelta dell’individuo tra esitazione e dubbio, tra destino e libero arbitrio, nella vita come nelle relazioni amorose, sono da sempre temi cari al regista.

    “Io mi occupo innanzitutto di presentare i fatti, in modo diretto, oggettivo, tacendo sui pensieri del mio personaggio, poi, nel corso di una conversazione, faccio sì che sia proprio lui a raccontarli”. È un po’ quello che succede nel primo episodio del film, L’appuntamento delle sette, e in quello di chiusura, che usa il titolo di un quadro di Picasso “dai toni rossi molto difficili a riprodurre”, al contempo innovativo ( nei colori e nelle forme ) e classico ( nel tema ): Madre e bambino, 1907. La ragazza protagonista della prima storia d’amore racconta alla sua compagna di studio, prendendosi molto sul serio, il proprio dubbio sulla fedeltà del fidanzato. L’amica le consiglia una strategia da adottare, e l’intrigo continua grazie al caso e all’astuzia, in un tono scanzonato che rimanda a Moliere, grazie alla leggerezza di chi sa benissimo come condurre il gioco delle parti. Anche il pittore del terzo episodio si racconta alla bella sconosciuta, ritornando così con le parole a un turbinio di pensieri che non potevamo supporre mentre lo vedevamo all’opera di fronte al suo quadro. Solo che qui la strategia delle regole esplicitate, degli scenari immaginati, non funziona, e la “donna ideale” appena incarnatasi non accetta di portare fino in fondo il gioco di seduzione che l’aveva, tutto sommato, incuriosita. Diverso è il movente della coppia d’amanti della seconda storia del film, “Le panchine di Parigi”. Il dialogo sulle possibilità è presente fin da subito, prendendo a pretesto le distanze tra le periferie di Parigi ed il sogno di una casa in centro in cui stabilizzare la propria relazione. Ma lei sta con un altro e gioca a non lasciarlo, lui la idealizza paragonandola a una ninfa greca, mentre si incontrano all’aperto, nei parchi della città o in cimiteri illustri. Le parole d’amore si colorano dei toni cangianti dell’autunno, in quella luce che “appartiene a una certa ora, a una stagione precisa”, e che vorrebbe trasmettere, con l’immagine e i suoni, le sensazioni di caldo e di freddo, di secco o di umidità, di soffocante o di ventilato” (Rohmer, 1971). Quando finalmente i due amanti clandestini sceglieranno di passare ai fatti, di convertire in azioni i pensieri, la pretestuosa scoperta che il fidanzato tradito è a sua volta un infedele azzererà tutte le immaginazioni, non permettendo più alcuna complicità.

  • La scelta espressiva di Rohmer rimane anche qui coerente alle sue origini: produzione a basso budget con una troupe ridottissima, il film è girato in 16 mm (per poi gonfiarlo in 35 mm) cercando l’economia dei piani, con piena libertà dei tempi e luoghi della lavorazione e ampi margini d’improvvisazione. Pochi i movimenti di macchina, mentre il montaggio rimane narrativo e si elimina di ogni distorsione. Tali procedimenti anelano alla dissimulazione di ogni “rappresentazione”, attraverso una sorta di “trasparenza” funzionale, data dall’uso delle convenzioni narrative del cinema americano, classico, regole che abbiamo oramai, in quanto spettatori, accettato come una seconda pelle. Ecco allora una morale del cinema fatto per “raccontare storie credibili sia grazie ai dialoghi che vorrebbero essere quotidiani (il che non implica la semplicità), sia attraverso un nitido utilizzo del campo/controcampo, della panoramica come movimento di macchina preferito, di pochi carrelli funzionali e discreti, e di zoom portati sull’oggetto del discorso o su colui che parla.
    Una sottile tensione, insomma, volta proprio all’effetto di “oggettività” e, assieme, alla ricerca di una verità fuggitiva che passi nell’incanto di un luogo e di una luce, nella grazia (a volte inattesa) di uno sguardo, o nel movimento di un corpo femminile. Questi corpi tardo-adolescenziali, ci appaiono in fondo un po’ sospetti, quasi un simulacro della loro “verginità” di fronte al mondo delle esperienze in cui si immergono, e in cui incontrano personaggi maschili sempre molto casti (paterni?). Tutte figure agili e nervose, ma dolci, che parlano in un modo fresco e spigliato, a volte però troppo costruito e ridondante.La storia inizia al mattino e si chiude la sera stessa, mentre nel primo episodio era diluita (questione di giorni) e nel secondo dilatata addirittura nei mesi. Spazialmente: l’atelier dell’artista è il luogo in cui apre e si conclude la storia (e il film), uno spazio privato che è divenuto pubblico poiché è stato visitato (come il museo) dalle figure femminili più o meno desiderate, ma senza per questo perdere la propria “autonomia”. Il giovane pittore, che era inizialmente solo, unito al mondo dalla sua opera e dalla sua immaginazione, attraversa tentativi di realizzazione amorosa (uscendo da sé per unirsi a un oggetto del desiderio sia con la bella sconosciuta che (un po’ meno) con la turista svedese. Si confronta con l’universo femminile, ma rimane, nella solitudine (nella disgiunzione) proprio come l’altra figura maschile, non l’ha precisamente “scelto”. Ma lui, almeno, ne è felice. E ormai sera e, dopo un giorno fatto di incontri e seduzioni mancate, è ritornato di fronte al suo quadro. Lo ritocca e lo “vivifica”, tingendo di rosa una figura femminile e di bianco lo sfondo, poi ammira la sua opera e si dice, mestamente: “In fondo, non ho perso la mia giornata”. Ecco, forse, l’umile insegnamento del maestro Rohmer: se l’arte riassume e distilla le esperienze umane, è nella creazione che si rivalorizza la vita.
  • Fonte citata:Nicola Dusi, Segnocinema n. 76, novembre/dicembre 1995.

Vi ricordate la scena di questo film? Chi non vorrebbe una cosa del genere?

Scent of woman

Dedico questo post a Marco, che mi ha fatto ascoltare la canzone, e al quale piacciono le storie

“Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto !
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada
vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria ma non avete scorza ;
godetevi il successo, godete finché dura
ché il pubblico è ammaestrato
e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti ;
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatti
del qualunquismo un arte ;
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto assurdo bel paese.
Non me ne frega niente
se anch’io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere,
io amo essere odiato ;
coi furbi e i prepotenti
da sempre mi balocco
e al fin della licenza
io non perdono e tocco.

Ma quando sono solo
con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora
da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia
e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore ;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo ma sono triste
perché Rossana è bella, siamo così diversi ;
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi.

Venite gente vuota, facciamola finita :
voi preti che vendete a tutti un’altra vita ;
se c’è come voi dite un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali ;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo ;
dev’esserci, lo sento, in terra in cielo o un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole ;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.”

Francesco Guccini racconta e musica sapientemente la storia di Cyrano de Bergerac. Personaggio intrepido, pieno di pregi, intelligente e capace, brillante, giusto ed illuminato, e capace di amare, amare molto, e sacrificarsi per la persona amata, comprendendo il limite del suo difetto fisico. Un naso bruttissimo.

Vidi il film, al cinema, quando ero ragazzina, di Jean-Paul Rappeneau del 1990 e lo spettacolo teatrale, dal dramma di Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”.

Lui, scontroso spadaccino dal lunghissimo naso, è uno scrittore ed un poeta, fantasioso e brillante, abilissimo con le parole come con la spada. E la sua abilità con la spada è entrata nella leggenda, quanto la sua passione per la poesia e per i giochi di parole. Usa la spada per ferire, usa i versi per mettere in ridicolo i suoi nemici.

Non ama il compromesso il nostro Cyrano. Ed i suoi nemici sono sempre più numerosi grazie al suo carattere. Ma Cyrano è soprattutto un uomo giusto. Combatte contro i potenti ed i prepotenti. E le sue idee sono illuminate.

Capace, abile, brillante, giusto e…. innamorato.

Innamorato della bella e sensibile Rossana, sua cugina.

Ma lei è innamorata di Cristiano, giovane cadetto e, soprattutto, bello.  Cristiano però non è molto intelligente. E’ buono, forse, ingenuo ed innamorato anch’egli della bella Rossana. Ma non ha neppure la metà dello spessore di Cyrano.

Così il sacrificio e il coraggio di un uomo innamorato. Cyrano decide di aiutare Cristiano a conquistare il cuore di Rossana e si improvvisa così suggeritore per l’altrui passione, scrivendo lettere e poesie per conto dell’amico. Lettere bellissime, perchè sincere. Specchio del suo sentimento.

Cristiano riesce a conquistare la sua amata. Unione che dura poco però. De Guiche, un uomo potente ed anch’esso invaghito della bella Rossana, fà allontanare Cristiano, mandandolo in guerra. Cyrano andrà con lui al fronte, ma non riuscirà a proteggere fino in fondo il giovane. Cristiano muore. E Rossana, per il dolore, decide di ritirarsi in un convento.

Solo al termine della propria vita, dopo molti anni, Cyrano confesserà, seppur involontariamente, a Rossana di amarla. A quel punto, forse, l’errore, commesso per il troppo amore, di Cyrano. L’avere dato per scontato che lei non potesse andare al di là del suo difetto fisico. Sì, lei era innamorata del giovane e bel Cristiano, ma il suo sentimento si rafforza soprattutto per ciò che lui le dice, per ciò che lui le scrive, per la sua mente e la sua intelligenza, imprestate da Cyrano.

Scoperta la verità, lei è pronta a ricambiare il suo amore, ma è troppo tardi. Cyrano è vecchio e ed è alla fine della sua vita.

Una storia senza tempo. Con personaggi senza tempo.

La prepotenza, il pregiudizio, gli stereotipi della bellezza fisica ed interiore, si rinnovano nella nostra epoca come in quella in cui si svolgono i fatti.

Una storia che ha molto da insegnare.

Le immagini qui da me utilizzate sono scene del Film Cyrano de Bergerac del 1990, ispirato all’omonima piece teatrale.

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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Perché quando cadi nelle pieghe della vita, o meglio sarebbe dire crepe, all’improvviso è come se ti vedessi vivere, come se ti vedessi da fuori. Quando accade, bisogna mettere in conto che può non piacerti quello che vedi.

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