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C’è una storia dietro ogni persona.

C’è una ragione per cui loro sono quel che sono.

Loro non sono così perché lo vogliono.

Qualcosa nel passato li ha resi tali,

e alcune volte è impossibile cambiarli.

S. Freud

chitarra

via

Buongiorno cari lettori, blogger e non, passanti occasionali ed amici,

sono arrivata all’inevitabile punto di svolta per questo blog.

Stavo prendendo tempo, lo confesso, ma ora mi rendo conto che è giusto che io decida che strada prendere.

Mi spiego meglio, ho bisogno di dare un’impronta a questo blog, la cui direzione non ho mai voluto definire. Già il nome del blog questo lo preannunciava “un blog senza nome“.

Il blog nacque nel lontano 2006 (10 anni fa!), lo amministravamo in due, io e colui che credevo sarebbe stato l’uomo della mia vita, ma che così non fu. Volevamo scrivere a quattro mani (molto romantico) in un angolino quello che pensavamo della vita e delle persone, in modo assolutamente anonimo e gli argomenti trattati sarebbero stati i più vari senza un filo conduttore né uno scopo.

L’idea di chiamarlo “senza nome” fu mia: era perfetto, proprio perché non aveva un obiettivo e i nostri “caratteri” non dovevano trapelare.

Già nel 2007 (ahimè) il blog rimase solo a me ed io lo trasformai, pur non mutandone il nome. Il blog prese un “carattere” ed io comparii, in foto e soprattutto comparve la mia personalità.

Non solo, feci anche amicizia con altri blogger e lettori, che presero a leggermi con puntualità ed io loro.

Nel 2008, però, fui colpita da un ictus emorragico, finii in ospedale e mi salvai per poco. Chi all’epoca mi leggeva e con cui ero in contatto seguì tutta la vicenda.

Addirittura, e qui mi riferisco a Diemme, mi aiutò a scrivere dall’ospedale sul blog, diventando le mie mani ed i miei occhi. Altri oltre a Diemme, e parlo di Arthur, mi telefonavano per sapere come stessi…

L’ictus mi aveva lasciata con tutto il lato sinistro paralizzato (emiplegia sinistra), cieca dal lato sinistro (emianopsia sinistra) e con una forma di epilessia secondaria.

Una bella fetta di salute, di autonomia, di vita e di serenità era svanita.

Dopo seguì un calvario di cure e terapie (che continua tutt’ora), sballottata tra medici, terapisti, ospedali ed ambulatori, che fece sì che perdessi il lavoro e che dovessi rinunciare all’appartamento in cui vivevo (non potevo più pagare l’affitto e non sapevo quanto sarei potuta essere autonoma per vivere da sola).

Quel periodo iniziale fu terribile: non capivo se ne sarei mai uscita e come. Ero passata dall’essere giovane, indipendente ed in formissima, col mondo e la vita davanti, ad essere giovane, disabile, a carico finanziariamente e logisticamente dei miei genitori e con un enorme punto interrogativo davanti a me anziché un roseo futuro.

Continuai a scrivere sul blog, ma non era più un gioco come prima.

Niente lo era più.

A tale proposito, mi scuso con chi all’epoca continuava a leggermi (che spero prima o poi torni a leggermi almeno per vedere queste mie scuse). L’errore che feci, pur in buona fede, era di credere che potevo riuscire a fingere che nulla fosse cambiato e continuare a scrivere e gestire il blog come prima.

Non avevo più né la concentrazione né la forza per gestire come prima il mio blog.

Mi rendo conto che non seguivo più i blog altrui (mi dimenticavo di farlo) e non sopportavo i commenti. Ogni cosa veniva scritta riguardo a ciò che pubblicavo spesso mi feriva. E le mie risposte erano secche e sgarbate (probabilmente anche arrabbiate). All’epoca non sono riuscita a fare altro che tirarmi indietro. Ho smesso di scrivere su “senza nome”, ho provato a vedere se aprendo dei nuovi blog, nell’anonimato, le cose potevano cambiare, ma non è fuggendo che si cambiano le cose perché se il problema viene da noi, ci seguirà ovunque andiamo. Per anni ho lasciato nel silenzio “senza nome”, ora credo di potere di nuovo scrivere qui ed altrove (mi sono messa alla prova in questi ultimi mesi).

Dopo questo prologo, obbligatorio per poter continuare il post, arrivo al nocciolo di ciò che voglio dirvi con questo articolo dall’affascinante titolo “Destino“.

Visto che credo sia arrivato il momento che “senza nome” segua il mio “destino”, parlerò di me, della mia disabilità, della disabilità in generale, dell’impatto sociale che la “divers-abilità” attualmente ha, delle mie esperienze, come forma di condivisione, dialogo e confronto, se per caso qualcuno diversamente-abile o suoi parenti e amici riuscisse a raggiungermi tramite motore di ricerca e se qualcuno, invece, normo-dotato volesse capire di più, smettere di avere paura, imparare qualcosa dalle esperienze altrui, arricchirsi mentalmente ed emotivamente.

Perché la diversità è un valore e occasione per arricchirsi, non è qualcosa di cui diffidare o avere paura.

Non smetterò d’altro canto di parlare di ciò di cui ho parlato fin’ ora, con la stessa passione e verve. Perché quella blogger sono io, sono sempre stata io, perché la mia “diversità”, se di diversità si può parlare, è un bastone, una mano immobile, una gamba dai movimenti poco coordinati e la percezione del mondo come se non avesse consistenza ed io fluttuassi nell’aria anziché essere appoggiata per terra come realmente sono.

Buon mercoledì amici.🙂

io

 

 

 

Un’amica mi ha fatto conoscere questi versi che vi riporto,  scritti nel Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo, che ho trovato subito molto poetici e belli….

Anche oggi, nell’epoca dell’emancipazione, dove tutto sembra ormai acquisito, conquistato, risaputo, trovo che questi versi siano molto attuali e penso che forse bisognerebbe ripeterseli di più e più spesso……

Eccolo:

“…state molto attenti a far piangere una donna,


che poi Dio conta le sue lacrime!



La donna è uscita dalla costola dell’uomo,


non dai piedi perché dovesse essere pestata,


né dalla testa per essere superiore,


ma dal fianco per essere uguale….


un pò più in basso del braccio per essere protetta


e dal lato del cuore per essere Amata ….”


La paura bussò alla porta…
Il coraggio si alzò dalla poltrona e andò ad aprire ma non vi trovò più nessuno.

I momenti migliori dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che.

Giacomo Leopardi

Cogli i miei fiori interiori, Photo taken by Fémininité

“Nel vero amore è l’anima che abbraccia il corpo”

(Friedrich Nietzsche)

Trovo una foto sul blog Fèmininitè ed è subito amore.

Spesso guardo questo blog e spesso sono le foto a suggerirmi i miei post.

Come avrete notato, le uso spesso per illustrare quanto scrivo, per dare un’immagine a ciò che voglio esprimere e comunicare.

Lascio un commento sul blog e Wildblogger mi risponde. Nasce un bel confronto.

La foto mi aveva colpito, istintivamente l’immagine la sentivo mia, dal profondo del mio cuore.

Cogli i miei fiori interiori.

Wildblogger così mi risponde:

“In realtà la foto Pick up Flowers / Cogli i miei fiori interiori” è importante e densa di significati anche per me, in quanto si inserisce e mostra alcune linee fondamentali di questo blog e , in particolare , della intepretazione e percezione del mondo femminile , ossia la reltà spirituale / ciò che è ben più profondo della visione materiale , è la realtà fondante e primaria, e parallelamente a questo la immagine e la fisicità sono soltanto simbolo di realtà ben più profonde che soggiaciono la materialità; in questo cammino, la femminilità , il rapporto di coppia , l’amore nelle sue diverse sfaccettature divengono un cammino , spesso inconsapevole e difficile , di risalita a queste verità , spesso subconscie , spesso percepite vagamente , ma sempre dolorosamente presenti in molte persone.”

Materialità e spiritualità.

Corpo e anima.

Quanto ho voluto nella mia vita non essere solo corpo ma anche e soprattutto anima?

I rapporti con l’altro sesso e le relazioni in generale portano spesso ad un conflitto del genere. Anche se un aspetto non dovrebbe prescindere l’altro.

Ogni uomo ed ogni donna è fatto di entrambi, ed entrambi caratterizzano l’individuo.

Nella mia vita ho trovato che spesso la materialità, l’attrazione sessuale, il corpo, la fisicità, fossero gli aspetti predominanti.

Anzi, spesso l’anima, la personalità, come si è nell’intimo e nel profondo spaventa, se addirittura non lo si nasconde.

Ma al di là delle relazioni amorose, la società, la nostra società, così occidentale, così materiale, così orientata verso una sola direzione, lineare ed in salita, esalta la materialità delle persone.

Quante volte io sono stata aiutata dalla mia fisicità? Pare che, se si è giovani e gradevoli di aspetto, le persone ti ascoltino di più, abbiano un atteggiamento più accondiscentente verso ciò che fai e ciò che chiedi.

Solo apparenza?

Cosa conta di più?

Ciò che è venuto fuori da questa foto vuole essere una riflessione generale ma, scrutando nella mia anima (giusto per rimane in tema), so che in realtà per me questa è una preghiera, verso chi amo…

Cogli i miei fiori interiori…

“Non essere così triste e pensieroso, ricorda che la vita è come uno specchio, ti sorride se la guardi sorridendo.”

Jim Morrison

Luci e ombre , Photo taken by Fémininité

Sono giorni tranquilli (dal punto di vista della vita privata, perchè lavorativamente è tutto il contrario), la mia anima è finalmente quieta, da non ricordo più quanto tempo, e mi trovo a pensare a ciò che è vero, a ciò che è reale, a ciò che invece non lo è e a ciò che pensiamo lo sia ma non lo è.

Ripenso ad una vecchia lettura scolastica, “La repubblica” di Platone, che tanto all’epoca mi era piaciuta e la rileggo con occhi nuovi, più maturi, che tante ombre hanno visto e un pò di luce, di tanto in tanto, hanno scorto.

Ombre o oggetti reali?

Come identificare le une dalle altre?

E se esistesse paradossalmente solo l’ombra?

La mia felicità è ombra o realtà?

Comunque sia…quanto è bello comunque crociolarsi in essa, anche se ombra…

Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
«Li vedo», disse.
«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono».
«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».
«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?»
«E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?»
«E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?»
«Sicuro!».
«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?»
«E’ inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?»
«Certo, per Zeus!».
«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
«è del tutto inevitabile», disse.
«Considera dunque», ripresi, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall’ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d’un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l’abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos’è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»
«E di molto!», esclamò.
«E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?»
«E’così », rispose.
«E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?»
«No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose.
«Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare».
«Certo! »
«Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell’acqua o in una superficie non propria, ma così com’è nella sua realtà e nella sua sede».
«Per forza», disse.
«In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo visibile, e he in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano».
«è chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».
«E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia, non si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?»
«Certamente».
«E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali per ultimi e quali assieme, e in base a ciò indovinasse con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente “lavorare a salario per un altro, pur senza risorse” e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?»
«Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel modo».
«E considera anche questo», aggiunsi: «se quell’uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo posto, i suoi occhi non sarebbero pieni di oscurità, arrivando all’improvviso dal sole?»
«Certamente», rispose.
«E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l’abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?»
«Certamente» rispose.

“Il mito della caverna” – Platone, estratto da “La Repubblica”

Regarder la vie, Photo taken by Fémininité

Tu
Che hai aperto le mie porte
Ed entri in me
Con la forza di chi cavalca un’onda
Con la delicatezza di chi sfiora una bolla di sapone

Tu
Che illumini le mie giornate col tuo sorriso
Che mi culli la notte tra le tue braccia
Che sorvegli i miei sonni inquieti

Tu
Che mi prendi per mano
Che mi fai sentire a casa
Ovunque siamo

Tu
Lascia che io mi lasci andare
E sulla scia di un alito di vento
Diventi tutt’uno con me stessa.

Emanuela Sortino, “Pensieri nell’ombra”, Licenza Creative Commons by-nc-sa 3.0

L’ amore è una nuvola che si forma col vapore dei sospiri: se la nuvola svanisce l’ amore è un fuoco che brilla negli occhi degli amanti; se s’ addensa ai venti contrari può diventare un mare che cresce con le lacrime dell’amante. E che cos’è l’ amore, se non una pazzia mite, un’ amarezza che soffoca, una dolcezza che da sollievo?”

da “Romeo e Giulietta” di W.Shahespeare

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

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Sincronicità

Le coincidenze non esistono

Le pieghe della vita

Perché quando cadi nelle pieghe della vita, o meglio sarebbe dire crepe, all’improvviso è come se ti vedessi vivere, come se ti vedessi da fuori. Quando accade, bisogna mettere in conto che può non piacerti quello che vedi.

NUNZY CONTI

"L'essenziale è invisibile agli occhi" Antoine de saint Exupery

Panirlipe's Weblog

pensieri rari e furtivi

Diemme - Ogni cosa è illuminata

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

Spaziocorrente

Il valore di un sorriso. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, nessuno è così povero da non poterlo dare. (P. Faber)

Vietato calpestare i sogni ©ELisa

Se i tuoi sogni dovessero volare più in alto di te,lasciati trasportare.Almeno nella fantasia, non poniamoci mai dei limiti.

arthur...

l'avventura continua...